Lana e sofferenza

Ogni capo di abbigliamento, ogni accessorio che contiene fibre di origine animale non può essere ottenuto se non attraverso un maltrattamento ed uno sfruttamento di animali.

Se si analizza, ad esempio, la produzione della lana, si scopre come oggi la tosatura delle pecore sia quasi totalmente automatizzata. Questo tipo di tosatura, legata alle misure standard delle macchine, non rispetta la varietà della natura e quando la pecora è “fuori misura”, le lame, che in pochi minuti hanno il compito di tagliare tutta la lana, le tagliano anche la carne. Questo metodo, inoltre, essendo programmato, può portare d’estate a colpi di calore anche mortali, mentre in caso di abbassamento della temperatura, gli ovini corrono il rischio di morire per l’esposizione al freddo eccessivo.

La lana, oggi, proviene quasi tutta da allevamenti che contano milioni di capi, situati in Sud America o in Australia, di pecore selezionate ed allevate per possedere velli sempre più folti (una particolare qualità di pecore, a tal fine, è stata selezionata in modo da avere una pelle molto rugosa e di essere, quindi, in grado di produrre un maggior quantitativo di lana); qui gli animali, oltre alla tosatura, subiscono innumerevoli maltrattamenti: i maschi vengono castrati con l’elastico, e a tutti gli ovini viene tagliata la coda o praticato il cosiddetto mulesing.

Per ovviare al problema delle mosche che depositano le loro uova nella pelle delle pecore e le cui larve penetrano nella carne, e per evitare, soprattutto, che la pecora sporchi il suo “prezioso vello” con gli escrementi, gli allevatori attuano questa operazione, il mulesing, che consiste nel bloccare l’animale a testa in giù con delle barre di metallo e tagliarne lembi di carne viva dall’area perianale, inclusa la coda, lasciando così i tessuti vivi e sanguinanti. Questo intervento viene fatto per mezzo di un coltello e senza alcun tipo di anestetico e di disinfettante. Alcuni animali, che non sopportano tale tortura, ne muoiono, ma nel contesto dei grandi “numeri” (tali sono considerati gli animali dagli allevatori) la cosa risulta ininfluente, visto che questo trattamento risulta, comunque, il più economico.

Il marchio di qualità Naturtextil-IVN zertifiziert BEST è una garanzia di lana senza mulesing. Tuttavia non si può escludere che, anche nel caso di lana australiana proveniente da “allevamento biologico”, le pecore non siano state soggette al mulesing. I criteri per l’allevamento biologico sono regolati dalla NASAA (National Association of Sustainable Agricolture Australia Ltd.) e nell’Organic Standard della NASAA il mulesing è in linea di massima vietato, ma ci sono delle eccezioni, per cui il suo utilizzo è accettato, anche se a condizioni molto ristrette. Alcuni paesi dell’America del Sud hanno già elaborato delle leggi e un sistema di controllo orientato alle direttive EU 2092/91 per l’agricoltura biologica. La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.
Un analogo problema si pone negli allevamenti nostrani, dove i piccoli agnelli di pecore “produttrici” di lana, a loro volta “produttori” di lambswool, vengono sgozzati e destinati al mercato dell’alimentazione.

Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte.

Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo.
Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura. Sono materiali di alta qualità, l’impatto ambientale dei quali, durante il ciclo produttivo, è comunque minore rispetto alla produzione di prodotti con derivati animali, legati agli allevamenti (già di per sé molto dannosi per l’ambiente) e trattati con prodotti chimici. Rinunciare a vestirsi con la morte e la sofferenza degli animali non significa, quindi, sottovalutare i problemi ecologici, ma sicuramente il contrario.

Se, inoltre, si desidera produrre da soli, a proprio gusto, maglie, maglioni, guanti, calze, berretti, sciarpe e molto altro ancora, si trova in commercio una lana acrilica, prodotta con plastica riciclata, calda, morbida e dalle mille tinte e colori!

1- http://www.lacirignicule.it/node/46
2- http://vegamami.altervista.org/dalla-loro-parte/amo-gli-animali-come-mi-vesto-no-alla-lana/
3- http://www.bbbfilati.it/doc/filati_acrilico.html

————–

Scritto da Annalisa Ruffo

per Promiseland

I commenti sono chiusi.