Memorie di un ex cacciatore e pescatore

MEMORIE DI UN EX CACCIATORE E PESCATORE

E’ un freddo mattino d’inverno del 1966, avvolti dalla nebbia della campagna della Bassa lombarda camminano un bambino di sei anni e suo padre. L’uomo si muove sicuro di sé tra i rami e i rovi, maneggiando con disinvoltura il suo sovrapposto Franchi Alcione calibro 12.

Il bimbo stringe i denti, le piccole mani e i piedini non sono fatti per affrontare il gelo che morde le dita, ma negli occhi ha solo la figura imponente di suo padre e nella testa la voglia di imitarlo. Non era stato forzato in alcun modo, aveva insistito per poterlo seguire.

Cominciò tutto così, da allora diventai cacciatore, in un’età in cui il senso critico, il ragionamento e il cuore non sono abbastanza forti per indirizzare i propri istinti.

Tutti i cacciatori che ho conosciuto hanno cominciato così, seguendo il padre fin da bambini.

Basterebbe impedire questo per far sì che nel giro di poco tempo la caccia e la pesca “sportiva” finiscano.

Di lì a poco arrivò anche la pesca, sui moli della Liguria sempre dietro al papà.

Poi lungo fiumi e torrenti con gli amici, la pesca subacquea, e ancora via di seguito tutta una vita a cercare di far crescere quella personalità da cacciatore del Paleolitico, rabbiosa e insensata reazione della mia adolescenza a un mondo ai miei occhi troppo complicato e troppo infido.

Come se non bastasse ci si metteva anche la competizione con mio padre; volevo diventare più abile di lui.

Con la maturazione i miei dubbi crescevano e ad essi rispondevo che gli animali selvatici muoiono comunque quasi sempre per morte violenta, e non mi aiutava l’atteggiamento insensibile acquisito in campagna per il quale verdura, frutta, selvaggina e pesci sono frutti della natura, da cogliere.

Venivo criticato da parenti e amici per il fatto di andare a caccia, ma per la pesca quasi nessun commento. Non vedo differenze tra l’una e l’altra sotto l’aspetto della sofferenza delle prede: il pesce viene “bucato” dall’amo, lotta con tutte le forze contro un nemico che non riesce ad identificare: quel filo tanto sottile, ma inspiegabilmente forte, lo porta inesorabilmente in superficie e quando la sua testa è fuori dall’acqua non riesce più a svuotare le sacche natatorie piene d’aria, non riesce più a scendere sul fondo e, infine, stremato si arrende. I più fortunati muoiono subito,”giustiziati” dal pescatore o per soffocamento, dopo qualche minuto di agonia (per pesci come tinche, anguille e pesci gatto molto di più). Gli altri finiscono in un retino immerso nell’acqua, a vivere nel terrore le ultime ore della loro vita, mentre il loro carceriere continua a “divertirsi”. Prova ne è che predatore e preda dentro a un retino quasi sempre si ignorano, sconvolti dal panico.

Sento parlare di pescatori “ecologisti” che liberano i pesci catturati e anche se fosse, in che condizioni vengono rilasciati i pesci dopo uno shock del genere? Stremati, feriti, storditi dallo stress, con la pelle rovinata dall’acidità delle mani di chi li ha afferrati, sono pronti per finire in bocca al primo predatore di passaggio.

Di anno in anno i miei dubbi crescevano, mi chiedevo se non era il caso di dare tregua alla natura, che dicevo di amare ma di fatto perseguitavo. Negli ultimi anni andavo a caccia soprattutto per la felicità del mio amato Spinone Italiano, un cagnone dolcissimo di nome Ras, che però diventava matto tutte le volte che prendevo in mano il fucile o anche solo uno stivale.

Non raccontiamoci storie, a parte pochi soggetti che vengono ritenuti non idonei e spesso abbandonati dai cacciatori, al cane da caccia piace cacciare. Questo perché la selezione operata dagli uomini ha generato determinate razze con un fortissimo istinto di caccia. A questi cani non si può chiedere di essere diversi da quello che sono, né attribuirgli colpe che non hanno.

Noi esseri umani, però, abbiamo la possibilità di cambiare e, quando il mio cane mi ha lasciato per un’ischemia al cervello, da quel grande dolore è nata in me una consapevolezza: tutti gli esseri viventi hanno un’anima, sperano, soffrono, imparano, amano, gioiscono, sognano come faceva il mio Ras. Meglio tardi che mai!

Da allora ho messo via l’attrezzatura da pesca e ho restituito il Franchi Alcione calibro 12 a mio padre; dopo poco smise anche lui.

Ai non cacciatori rimproveravo il fatto che non potevano criticarmi se poi mangiavano la carne prodotta negli allevamenti lager. Da tre anni perciò sono vegetariano e da uno vegano.

Adesso come allora quando ne ho la possibilità passo il mio tempo in mezzo alla natura. Vado ancora a caccia, ma di minerali e cristalli che sono ben felici di farsi trovare da me e di mettersi quindi in mostra in tutto il loro splendore. Gli animali selvatici ci sono sempre nella mia vita, ma quando li vedo provo solo gioia e un gran senso di pace.

Ogni tanto mi tornano in mente dei flash dal passato: il sangue, il terrore che leggevo in quegli occhi, scene abituali vissute con l’indifferenza di chi non si rende conto realmente di quello che sta facendo o, peggio, non vuole rendersene conto.

Le rivedo come in un incubo, domandandomi come possa avere fatto ad arrivare a tanto, e mi viene da chiedere perdono a tutti quegli animali, al loro Creatore, che di sicuro li ama e che mi avrà detestato per questo e anche a me stesso, per aver reso la mia anima così pesante.

A chi mi criticava dicevo: «tu non accetti il fatto che in natura la morte fa parte della vita, tu in realtà non accetti tutto questo e hai solo paura di morire».

Sbagliato, ero io che non amavo abbastanza la vita. Ora lo so.

Giorgio Galletta

Tratto da Pelo&Contropelo n. 3/2011

http://www.lacincia.it/docs/pelo_contropelo_20110705.pdf

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