29 ore sul tetto di Green Hill

29 ore sul tetto – testimonianza di uno dei 5 attivisti saliti su uno dei capanni di Green Hill

C’è chi ha chiamato me, e chi era sul tetto con me, “eroi”.

Io riesco solo a sentirmi uno schifo.

Essere stato fisicamente così vicino a quei prigionieri, aver diviso con loro lo spazio fisico e temporale di poco meno di 30 ore è qualcosa che mi ha segnato profondamente.

In quei momenti cercavamo di pensare ad altro, a tenere duro, a far arrivare la voce di quei cani il più lontano possibile, a far sentire il nostro disprezzo per chi, quei cani, li manda a morire anziché difenderli, alla solidarietà dei nostri compagni che ci ha instancabilmente accompagnato e fatto forza; spesso, per non impazzire, è subentrato un meccanismo innato di autodifesa che ci ha portato a ridere e scherzare.

Ma è stato inevitabile ritrovarci soli con l’urlo disperato di centinaia di prigionieri che chiedevano semplicemente aiuto.

In un modo inconfondibile, istintivo di chi non conosce nulla del mondo, se non una lurida gabbia illuminata notte e giorno, una non-vita fatta di noia, interrotta solo dal dolore.

Un urlo che ti penetra l’anima e ti mette di fronte semplicemente a te stesso.

In quel momento non esiste più nulla, non esiste il freddo, il tetto scivoloso, la solidarietà degli altri, lo schifo e il disprezzo verso gli aguzzini, la campagna, il movimento, la regione, il sindaco, i giornalisti che incessantemente vogliono essere aggiornati.

Esisti solo tu e tanti, troppi fratelli per i quali ti rendi conto di non poter fare nulla.

Hai visto centinaia di volte le foto provenienti dai luoghi dove quei cani sono diretti, e sai che anche chi stai sentendo in quel momento finirà, inevitabilmente, così.

Vedi tutti i giorni altri cani, usciti da un posto molto simile (l’allevamento Morini di San Polo d’Enza), e sai quanto diventerebbero meravigliosamente felici, anche se segnati per sempre, una volta che qualcuno dovesse prendersi cura di loro (come un’associazione meravigliosa, e tante persone instancabili, hanno fatto coi beagle ritirati dalla chiusura di quell’allevamento).

L’impotenza che ti assale è devastante.

La nostra voce, che volevamo arrivasse ovunque, usciva spesso rotta da emozioni atterrenti.

Abbiamo pianto.

Non abbiamo voluto parlare fra di noi di quello che provavamo. Non ce n’era bisogno.

Quelle 29 ore mi hanno dato la consapevolezza che dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere (e anche di più)  per far sentire la voce di tutti condannati a morte, stipati nei tanti, troppi, campi di concentramento sui quali gli assassini non si prendono nemmeno il disturbo di scrivere “il lavoro rende liberi”.

Agire senza temere le conseguenze, perchè quanto di più terribile potrà mai accadere ad un essere umano nella vita, non sarà mai paragonabile a ciò che quegli animali sperimentano in ogni singolo istante, dalla loro nascita alla loro morte, sia essa su un freddo tavolo operatorio, sui ganci di un mattatoio o sui tavoli di una conceria.

La liberazione animale non è un concetto da discutere accademicamente in aule universitarie.

Non è un pretesto per nutrire il proprio ego.

Non è una “cosa umana” che si presta a dissertazioni di vario genere.

Non trova luogo su facebook, sui forum o in altri luoghi irreali, che, curiosamente, come gli allevamenti sono non-luoghi, fatti di non-tempo e non-spazio.

La liberazione animale è semplicemente qui ed ora, per tutti quelli che stanno aspettando la morte per mano umana.

Ci sono diversi modi per raggiungerla ed ognuno trova quello a sé più congeniale.

La cosa importante è avere sempre ben chiaro a chi sia rivolta la lotta. E quei latrati, ancora così vivi dentro di me, me lo ricorderanno per sempre.

E se quell’urlo lo hai davvero dentro, non puoi che dirti “fino alla fine”.

Tengo profondamente a precisare che in questa meravigliosa azione diretta la mia parte è stata di certo fra le più visibili, sicuramente non la più importante, né, di certo, la più impegnativa.

Ciò che ho fatto, che abbiamo fatto, è stato il frutto di un lungo lavoro, di tante persone, che sentono così forte la questione animale da dedicarvi l’intera vita, notte e giorno. Nulla ci rende speciali, se non l’aver guardato, a un certo punto della nostra vita, negli occhi un animale e averlo sentito parte di noi stessi ed essendoci sentiti parte di lui.

Lorenzo

http://www.facebook.com/pages/Nemesi-Animale/205036172893966#!/notes/nemesi-animale/29-ore-sul-tetto-testimonianza-di-uno-dei-5-attivisti-saliti-su-uno-dei-capanni-/227070654023851

Pubblicata da Nemesi Animale il giorno lunedì 17 ottobre 2011

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Una risposta a “29 ore sul tetto di Green Hill

  1. Grazie a Lorenzo per aver condiviso la sua esperienza, oltre che per il suo gesto.