Ottorino l’elefantino

Una favola per bambini, triste ma educativa.

Pubblichiamo questo racconto per bambini, gentilmente inviatoci da Maria Grazia Sereni, che racconta una storia di fantasia, sì, ma che è purtroppo molto aderente alla realtà di quanto avviene in tutti i circhi del mondo. Cosa fare per contrastare la sofferenza di tutti gli animali che sono prigionieri nei circhi come Ottorino l’elefantino? E’ semplice: evitare di andare a vedere gli spettacoli dei circhi con animali, e informare sul tema i propri conoscenti.

Ottorino l’elefantino
di Maria Grazia Sereni

“Sbrigati, Ottorino, non restare indietro,” suggerisce mamma.

Ma lui è felice, vuole correre, godersi il sole, agitare le orecchie per scacciare gli insetti. Dimenare il codino poi, lo fa sentire importante, e così la distanza tra lui e la madre si accresce, finché una corda cala sul suo collo, lo stringe quasi strozzandolo e lo trascina sempre più lontano dal branco.

“Mamma,” barrisce mezzo soffocato. Lei si gira, vede un gruppo di umani che la sta separando da Ottorino e lancia l’allarme al branco.

Gli elefanti allora si precipitano al galoppo per contrastare l’ennesimo scempio, ma ormai è troppo tardi: gli uomini sono riusciti a caricare su un furgone l’elefantino e a buttarsi a tutta velocità verso l’esterno del parco.

La madre barrisce inconsolabile, proboscide alta in segno di disperazione, attorniata dai suoi compagni e compagne che tentano in tutti i modi di lenire la sua angoscia.

Ottorino, nel frattempo, chiuso all’interno del furgone, piange tutto il suo dolore, mormorando di tanto in tanto “mamma”. Poi il mezzo si ferma davanti a un capannone, dove l’elefantino viene fatto scendere e introdotto in un minuscolo casotto. Lì una corta catena gli viene legata a una zampa posteriore, catena fermata a terra con un cavicchio.

Così immobilizzato, senza cibo né acqua, con il dolore per la separazione dalla madre che gli spacca il petto, Ottorino piange, pentendosi amaramente di non aver obbedito all’invito della sua mamma a non allontanarsi troppo dal branco.

Giunge la sera, uomini entrano nel capanno.

“È un bell’esemplare, quanti anni avrà?” “Non anni, mesi! Dovrebbe avere circa sei-sette mesi.” “Ottimo. Così potrò istruirlo per bene prima di impiegarlo negli spettacoli.” “Ma come farai a introdurlo senza denunciarlo?” “Beh, me ne è morto uno di un anno, e io non ne ho segnalato la scomparsa, così farò una sostituzione…” “È morto di malattia?” “No, no, l’istruttore ha esagerato con le botte perché era un soggetto poco collaborativo, mi capisci?” “Capisco,” ride il malandrino.

E l’affare è concluso.

Ottorino, il giorno successivo, viene trasferito in un circo ma tenuto separato dagli altri elefanti. La sua tenda è attorniata da altre che ne impediscono la vista e nel pomeriggio inizia l’addestramento, almeno così lo chiamano gli umani.

Corde ad ogni zampa e intorno al collo per dirigere i suoi movimenti, bastoni di metallo che calano spesso sul corpo del poverino quando lui non comprende che cosa deve fare e una bacchetta sottile (ma quanto più dolorosa) che lo colpisce con scariche elettriche ogni volta che un comando non è capito.

Il terrore è ormai compagno di ogni momento, la nostalgia di mamma e del branco aggrava la situazione dalla quale il povero elefantino ha un po’ di sollievo solo la notte, quando gli umani se ne vanno a riposare.

“Che cosa mi è capitato?” si chiede Ottorino disperato, “e quale sarà il mio futuro?”

Dopo una settimana di quelle torture, l’elefantino viene inserito tra i suoi compagni adulti. Lui è fisicamente e moralmente a pezzi, tuttavia ha ancora un po’ di lucidità per chiedere spiegazioni ai suoi compagni di sventura.

“Siamo in un circo e dobbiamo esibirci di tanto in tanto negli esercizi che a mano mano ci vengono insegnati. Il cibo è scarso, la libertà inesistente e le bastonate giornaliere. Io sono qui da dieci anni e ti assicuro che avrei preferito morire quando sono stato catturato – avevo all’incirca la tua età.”

“Ma non possiamo ribellarci tutti insieme?” chiede l’ingenuo elefantino.

“Ribellarci per andare dove? Siamo troppo grossi per nasconderci, ci riprenderebbero subito e le punizioni sarebbero tremende. No, mio caro, non c’è soluzione purtroppo.”

“Io non mi esibirò mai e poi mai!” esclama il nostro eroe, “voglio tornare dalla mia mamma e passeggiare con il branco, nutrirmi delle foglie e barrire al Sole.”

“Ascoltami bene, piccolo. Ti esibirai, come tutti noi e farai esattamente quello che gli umani ti chiederanno. Lo dico per il tuo bene. Circa un mese fa un elefante di un anno è morto perché si rifiutava di eseguire gli esercizi.”

“Beh, meglio morire che vivere per tanti anni in queste condizioni. L’hai detto anche tu, non è vero?”

“Ma il nostro compagno è morto perché uno degli umani che lo doveva istruire si è arrabbiato e lo ha battuto con bastoni di ferro uncinato che gli hanno fracassato le ossa del cranio. È stata una morte orrenda, credimi. Meglio che tu segua i miei consigli, caro mio.”

“Sì, va bene, ma spiegami perché tutto questo,” vuole sapere Ottorino.

“Semplice: per il divertimento degli umani. Le famiglie che portano i figli al circo per vedere le nostre esibizioni e quelle degli altri animali non sanno quanto dolore, terrore e angoscia si nascondono dietro a tutto ciò.”

“Allora la nostra vita è senza speranza?”

“La speranza è sempre presente, altrimenti ci si lascerebbe morire di inedia. Ci sono stati degli umani – non sono tutti uguali, sai – che hanno fotografato le sofferenze inflitte a noi e agli altri animali…”

“E?”

“Potrebbero fare delle nuove leggi per tutelarci, potrebbero eliminare i circhi che impiegano animali per gli spettacoli, potrebbero comprarci e liberarci nel nostro ambiente.”

“Le leggi che ci tutelano ci sono già,” interviene un vecchio elefante, “solo che i proprietari dei circhi non le rispettano.”

“E allora?” chiede l’elefantino, “qual è la soluzione?”

Il silenzio cala improvviso, fino all’intervento di un giovane elefante: “La soluzione è impossibile, a meno che la maggioranza degli umani sia informata di ciò che subiamo. Ci sono tante brave persone tra di loro, ne annuso l’odore in ogni esibizione.”

Ottorino guarda i suoi compagni. Ognuno di loro porta le cicatrici delle ferite subite.

La disperazione lo assale e lui cerca di avvicinarsi a un’elefantessa che non ha ancora aperto bocca e che gli sta a pochi passi, ma la catena lo trattiene.

Allora sussurra in un barrito soffocato: “Mamma!”
——
Tratto da:
http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=1305&

Annunci

I commenti sono chiusi.