Rio+20: sostenibilità e consumo di carne

Cosa si mangiava alla conferenza internazionale sul consumo sostenibile?

Rio+20 è il nome che indica la “Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile” che si è tenuta a Rio de Janeiro, in Brasile, nel giugno del 2012.

Alla vigilia del meeting, Frances Kissling e Peter Singer si chiedevano, sulle pagine del Washington Post: “Ma che cosa prevede il menu?” riferendosi proprio ai pranzi e cene ufficiali del meeting.

Non si tratta certo di una domanda dettata da curiosità culinarie, al contrario, essa racchiude un significato molto profondo e importante, visto che una grossa fetta di impatto ambientale – compresa la produzione di gas serra – è dovuta proprio alla produzione alimentare.

Parlando di sostenibilità, dunque, questo aspetto è davvero basilare, come indica il titolo dell’articolo stesso: “Per riaggiustare il clima, togliete la carne dal menu”.

Ecco l’articolo tradotto, con il gentile consenso degli autori.

Per riaggiustare il clima, togliete la carne dal menu
15 giugno 2012

Oltre 50.000 funzionari delle Nazioni Unite, scienziati, ambientalisti e qualche capo di Stato si riuniranno la prossima settimana a Rio de Janeiro per una conferenza sullo sviluppo sostenibile. Si riuniscono vent’anni dopo il primo Earth Summit tenuto nella stessa città, e l’obiettivo, ora come allora, è capire come diminuire le emissioni dei pericolosi gas serra e aiutare il miliardo e 300 milioni di persone che vivono in povertà estrema. O, in poche parole, come possiamo vivere in modo etico senza minacciare la possibilità delle generazione future di essere, semplicemente, in grado di sopravvivere.

Questo è l’ordine del giorno.

Ma quello che vogliamo sapere è: cosa prevede il menu? Nello specifico, durante quest’enorme riunione sui cambiamenti climatici, verrà servita carne – la cui produzione e consumo è una delle principali cause dei cambiamenti climatici?

Abbiamo cercato di scoprirlo.

La prima risposta alle nostre richieste via mail ha ignorato la domanda, e ha sottolineato con orgoglio l’impegno dell’evento a essere “verde”. Un portavoce dell’ONU ha risposto:”Ci sono state parecchie azioni intraprese sia dal governo brasiliano che dal segretariato delle Nazioni Unite per rendere ‘verde’ la conferenza di Rio.  Per prima cosa, la conferenza sarà ‘papersmart’, senza documentazione stampata a meno che non si faccia una richiesta esplicita.  So anche che il governo brasiliano ha affrontato la questione del consumo di plastica”.

Continuando ad indagare, abbiamo saputo da un altro portavoce che “il catering servirà cibo biologico”. Il che sembra una bella cosa, peccato che questo sia utile all’ambiente solo se si parla di cibo vegetale, mentre se si parla di “manzo biologico” questo produce ancora più metano dei suoi fratelli e sorelle trattati peggio negli allevamenti intensivi.

Le Nazioni Unite hanno tenuto conferenze sull’ambiente dal 1972.  Inizialmente questi eventi si sono focalizzati sulla industrializzazione, la crescita economica e il loro impatto sull’ambiente. Dal 1990, l’attenzione si è spostata agli effetti del riscaldamento globale. Durante la prima riunione di Rio del 1992, 154 nazioni, inclusi gli Stati Uniti, hanno promesso di stabilizzare il livello dei gas serra ed evitare i cambiamenti pericolosi per il sistema climatico.

Hanno fallito miseramente. Da allora, la concentrazione di gas serra nell’atmosfera è salito a un livello che molti scienziati pensano sia già pericoloso. Molti esperti del clima indicano che abbiamo meno di due decenni prima di raggiungere un punto di non ritorno, dopo i quali, non potremo fare nulla per uscire dalla spirale del disastro.

Nessuno crede veramente che Rio+20 si tradurrà in un nuovo accordo per limitare le emissioni di gas serra.  In tal caso, la cosa migliore che potrebbe fare la conferenza per il clima è quello di eliminare la carne dal menu – e metterlo bene in evidenza. Tutti in quella riunione dovrebbero sapere che la carne è una delle principali cause dei cambiamenti climatici.  La questione “carne” è anche un problema che può essere risolto più velocemente di altri.  Diminuire il consumo di carne farebbe di più nel concreto per combattere il cambiamento climatico rispetto a qualsiasi altra azione che si possa plausibilmente intraprendere nei prossimi 20 anni.

Una relazione della FAO del 2006, “La lunga ombra del bestiame”, ha definito l’allevamento di animali per il consumo umano “Una delle 2-3 cause più significative dei problemi ambientali più gravi, a tutti i livelli, dal locale al globale. ” Da allora, i ricercatori sul clima Robert Goodland e Jeff Anhang hanno stimato che l’impatto sull’effetto serra degli allevamenti è ancora maggiore rispetto a quanto indicato dal rapporto FAO, arrivando a calcolare un impatto del 51%. Stime più conservative calcolano che la carne sia responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra.

Se le Nazioni Unite e tutte le delegazioni nazionali e i gruppi di attivisti a Rio+20 insistessero sull’eliminazione di tutte le carni dai buffet, cene private, ricevimenti, pranzi, colazioni di lavoro, la gente potrebbe cominciare a pensare che le Nazioni Unite prendono sul serio il danno che l’attività umana sta causando al pianeta.  Eppure, in una riunione che si vanta di essere “verde”, parlare di consumo di carne sembra l’ultimo dei pensieri o addirittura tabù.

Mentre i gruppi ambientalisti promuovono campagne sui pericoli del riscaldamento globale, è raro sentire i maggiori leader suggerire di smettere di mangiare carne – o anche ridurne il consumo in maniera significativa. A una riunione dell’ONU cui uno di noi ha partecipato di recente, un relatore, di una delle più importanti organizzazioni ecologiste ha parlato con convinzione della necessità di ridurre la crescita della popolazione. Al pranzo tenutosi dopo il suo discorso, ha consumato varie porzioni di osso buco. A una domanda sull’insostenibilità di una dieta ad alto consumo di carne, ha detto candidamente che “non avrebbe mai potuto rinunciare” alla carne.

E questo è parte del problema. Nei paesi industrializzati, mangiare carne è un segno di prosperità. Ed è una dieta cui i paesi in via di sviluppo aspirano anche se ciò mina gli sforzi per ridurre la povertà. All’aumentare del numero di persone benestanti in paesi come Cina e India, anche la domanda di carne aumenta proporzionalmente.

Per rispondere a tale domanda, la FAO prevede che il numero di animali allevati ogni anno raddoppierà, passando dai 60 miliardi di oggi a 120 miliardi entro il 2050. A parte le implicazioni per il riscaldamento globale, ci dovrà essere un aumento corrispondente di terreni coltivati a grano, in quanto ne servono grandi quantità per l’alimentazione degli animali.  Lo studioso Vaclav Smil, autore di “Nutrire il mondo”, ha calcolato che è impossibile per tutti sul pianeta mangiare come nei paesi occidentali e che sarebbe necessario, per supplire la richiesta di terre agricole preposte alla coltivazione di grano destinato al mangime per gli allevamenti, che il nostro pianeta avesse circa il 67% di terra in più di quella che possiede.

Un report del 2007 del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) ha sottolineato alcune probabili conseguenze della continua emissione di alti livelli di gas serra nei prossimi decenni: in America Latina, 70 milioni di persone potrebbero essere private dell’acqua sufficiente per vivere e molti agricoltori sarebbero costretti ad abbandonare le colture tradizionali perché il suolo diventerebbe più salino; in Africa, 250 milioni di persone sarebbero a rischio di mancanza d’acqua e le colture di frumento potrebbero essere spazzate via; in Asia, 100 milioni di persone dovrebbero affrontare inondazioni a causa dell’innalzamento del livello del mare, e meno piogge significherebbero minori raccolti di riso in Cina e Bangladesh. Entro la fine del secolo, ci si attende un innalzamento dei mari da 18 a 58 cm. Le isole e le nazioni a bassa altitudine potrebbero semplicemente scomparire. Le Maldive stanno già mettendo da parte dei soldi nella speranza di comprare una nuova nazione quando la loro andrà sott’acqua.

Ci sono chiare evidenze che ridurre la produzione e consumo di carne limiterebbe le emissioni di gas serra e consentirebbe di prevenire queste tragedie. Tuttavia, dopo revisioni multiple e settimane di trattative, la parola “carne” non compare nella bozza del documento per la riunione Rio. Invece, il documento analizza la necessità di ridurre la produzione e il consumo di altri prodotti che causano il riscaldamento globale, senza individuare il responsabile chiave.

I leader globali del clima hanno tantissime sfide sul tavolo alla conferenza Rio +20.  E’ ora di togliere la carne dai loro piatti.

Fonte
Frances Kissling e Peter Singer, To fix the climate, take meat off the menu, Washington Post, 15 giugno 2012

Traduzione a cura di Carla Frongia, pubblicata col gentile permesso degli autori.
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