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Il vegano cattivo e il giornalismo disinformato

La risposta di Leonardo Caffo, all’articolo “Chi ha paura del vegano cattivo?” di Michele Neri, apparso pochi giorni fa su D di Repubblica

Il vegano cattivo e il giornalismo disinformato

Nella busta biodegradabile di Michele Neri, che ha scritto l’articolo “Chi ha paura del vegano cattivo? – apparso su D di Repubblica – reperibile da oggi sul sito del giornale, deve esserci davvero di tutto. Perché Neri, che riporta uno studio di Kendall Eskine della Loyola University di New Orleans sulla correlazione tra scelta alimentare biologica e comportamento morale, non ha ben chiare alcune basilari distinzioni che riguardano le scelte di vita delle persone che adeguano, specifici comportamenti, a idee filosofiche, morali ed emotive.

Sarò breve, giacché la mia risposta a Neri, che invito a documentarsi a proposito, riguarda solo una sua infelice battuta che compare tra la quarta e la quinta riga del pezzo: quella sui vegani che si domandano quali sofferenze ha patito un pollo per diventare cibo. Ora, mentre lo studio dei ricercatori citato non riguarda i vegani specificamente etici ma, piuttosto, coloro che si cibano di alimenti biologici, mettere insieme le due cose, nello stesso pezzo, oltre che scorretto dal punto di vista giornalistico è disonesto.

Siccome sono sicuro che Michele Neri non sia disonesto, e non sia portato a comportamenti immorali come i soggetti del campione di Eskine (che studi interessanti che si fanno a New Orleans …), posso solo pensare che sia disinformato. E, concedetemelo, essere disinformati per uno che dovrebbe fare informazione è parecchio grave. Che i vegani etici (animalisti) siano tutt’altro che immorali nei confronti di altri umani è stato dimostrato da un altro studio – “The Brain Functional Networks Associated to Human and Animal Suffering Differ among Omnivores, Vegetarians and Vegans” – pubblicato su Plosone

Dunque, sarebbe così eccessivo chiedere a chi si avventura in argomenti del genere maggiore finezza e dettaglio? Vegani etici e consumatori del biologico non coincidono, e comportarsi come se così non fosse rende immorale, il presunto giornalismo morale.

Leonardo Caffo

http://www.glialtrionline.it/2012/06/25/il-vegano-cattivo-e-il-giornalismo-disinformato/

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Grazie a Juliette per la segnalazione

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Terremoto in Emilia: “io il Parmigiano Reggiano non lo compro”

Terremoto in Emilia: “io il Parmigiano Reggiano non lo compro”

di Filippo Schillaci – Tratto da Il Cambiamento.it

Il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia ha colpito anche i magazzini di Parmigiano Reggiano. Negli ultimi giorni si sono dunque moltiplicati gli appelli per salvare il formaggio ‘terremotato’ e sostenere i caseifici che producono il prestigioso parmigiano. C’è però anche chi, come Filippo Schillaci, ha deciso di non rispondere a questo appello, in nome di “una solidarietà di ordine superiore”, quella verso il pianeta.

Considero la solidarietà qualcosa di più di un dovere. La considero un modo di essere connaturato all’individuo sano. Doppiamente mi indigna dunque il vederla praticata in maniera inopportuna, l’udirla nominare a proposito di azioni che ne sono la grottesca parodia se non la negazione. Sta accadendo ancora una volta in questi giorni, dopo il terremoto che ha colpito Torino provocando seri danni anche negli stabilimenti dell’industria automobilistica che ne è il simbolo: la FIAT.

E qui nasce la grande idea della dirigenza aziendale: comprate le automobili danneggiate dal sisma; sono un po’ ammaccate ma funzionano benissimo. Fatelo per solidarietà con le vittime del terremoto e con l’industria automobilistica che qui crea tanti posti di lavoro e che è ormai una tradizione consolidata, un motore dell’economia ecc. ecc. Prezzi equi. Sconti speciali per chi compra un SUV.

Non c’è stato nessun terremoto a Torino. C’è stato invece in Emilia la cui FIAT si chiama industria casearia, quella del ‘prestigioso’ parmigiano reggiano. Non si sono ammaccate le automobili ma le panciute forme di parmigiano, icone esemplari di quell’estetica dell’obesità che ormai dilaga ovunque fra gli indigeni dei paesi industrializzati. Il resto però è accaduto davvero. E immagino che siano in molti in questi giorni a comprare ancor più del solito il parmigiano in risposta all’appello. E a sentirsi ‘solidali’ con chi è in difficoltà. Se poi l’appello viene da chi può ammantarsi della coccarda del biologico o del pedigree di piccolo produttore o di una qualunque aura di produzione alternativa allora gli si spalanca anche l’orizzonte dei GAS, del mercato solidale, degli ambientalisti. Tutti lì a comprare formaggio e a sentirsi solidali.

Io no. Perché c’è una solidarietà di ordine superiore su cui modello le mie azioni: quella verso il pianeta. Il male, diceva Lanza del Vasto, consiste semplicemente nell’operare per il bene di una parte. Infischiandosene, aggiungo io, di tutto il resto. Bene, guardiamole, queste appetitose forme di parmigiano, ovvero ciò che è uno degli aspetti più discutibili e deleteri dell’economia emiliana, dal punto di vista di tutto il resto e capiremo perché comprarle non c’entra nulla con la solidarietà, capiremo anzi perché se esse non esistessero sarebbe meglio.

Parliamo innanzi tutto di impatto ambientale: produrre qualsiasi cosa costa, no, non in termini economici ma in termini di sottrazione di risorse alla biosfera. È questo fra l’altro il motivo per cui il paradigma della crescita produttiva ‘infinita’ è un puro delirio. Ci sono poi cose produrre le quali costa più che produrne altre. Nel caso degli alimenti, produrre quelli di origine animale costa di più, spesso molto di più di quelli di origine vegetale.

I quattro alimenti a più alto impatto ambientale sono le carni rosse, il pesce, il latte e, se lo è il latte, a maggior ragione il formaggio. Diciamolo meglio: l’industria casearia, in quanto parte di quella zootecnica su cui ovviamente si basa, è fra tutte le attività umane una di quelle che più stanno devastando la Terra.

“Ma è un cibo buono, sano”, protesteranno a questo punto i caseificatori. “Fa tanto bene ai nostri bambini con tutto il calcio che contiene! Non sono forse loro più importanti di questo ‘ambiente’ con cui vi riempite la bocca?” No, non lo sono. Perché senza quell’’ambiente’ da cui ritenete di poter prescindere non potrebbero esistere loro, voi, io, niente e nessuno. E inoltre, se vi dicessi che parlare di cibo sano a proposito del formaggio non è proprio il caso? “Ma anche quello genuino, fatto dal pastore nel paiuolo come lo faceva il suo bisnonno?” Sì, anche quello.
Perché capita che l’organismo umano, per sua natura lievemente basico, tolleri malissimo i cibi acidi e che i formaggi stagionati siano il cibo più acido che esista. Cosa accade quando introduciamo nell’organismo un cibo acido? Accade che scatta l’allarme rosso e che l’organismo fa di tutto per ripristinare il Ph naturale. Lo fa cercando di neutralizzare la sostanza acida con una basica che ha dentro di sé. Questa sostanza è il calcio, che l’organismo estrae allo scopo dalle ossa. Dalla reazione chimica che si innesca si produce un sale che viene espulso con le urine. Ecco perché mangiare formaggio significa letteralmente sciogliere le ossa nelle urine. E c’è ancora chi lo consiglia per assumere calcio.

“Ma fa parte della nostra tradizione”, possiamo ben immaginare che continuino a questo punto i caseificatori. “Fa parte della nostra cultura alimentare. Riuscireste a immaginarla senza il parmigiano?” Sì, riuscirei. E, ammesso che non si possa, ecco una tradizione senza futuro, ecco un’identità culturale da modificare. Che ce ne facciamo di una tradizione, di una cultura che, proprio come quella dell’automobile, dà il suo contributo a portarci verso il baratro?

“Ma lo si è mangiato sempre. Non bisogna essere così integralisti!”, possiamo immaginare che obiettino ancora i caseificatori. No, non sempre, solo da qualche migliaio di anni. Per gran parte della presenza umana sulla Terra il formaggio non si è neppure saputo cosa fosse. E, quanto all’integralismo, è mai esistita una sociocultura più integralista di quella dell’Occidente industrializzato?

Quale più di essa è stata capace di vedere solo se stessa, concepire solo se stessa, farsi largo a calci e pugni nel mondo vedendo ogni altra entità, umana e non, come una risorsa da succhiare o come un ostacolo da annientare? Dovremmo piuttosto domandarci quanto di questo integralismo ciascuno di noi, anche il più critico, il più alternativo, il più ‘contro’ di tutti noi ha assorbito negli anni della sua formazione, quanto di esso sta acquattato laggiù, nella parte più nascosta della nostra psiche a dar forma alle azioni e a mostrare come aberrante ogni invito a rientrare nell’ambito della normalità, ovvero degli equilibri ecosistemici, e al contrario come normalità anche la più folle aberrazione. Ecco in che modo si riesce a percepire come ‘normale’ anche una delle componenti più aberranti della sociocultura dei paesi industrializzati: il modo di mangiare.

Non a caso mi sono soffermato su chi in questa sociocultura si pone in maniera critica, alternativa. Ciò che più preoccupa infatti in questa vicenda è che fra coloro che ci stanno cascando ci sono anche persone impegnate nel campo della sostenibilità ambientale, perfino persone che si riconoscono nel paradigma della Decrescita. Anche loro, tutti a comprare formaggio. E a sentirsi solidali. Ho detto che ciò preoccupa, ma non che sorprende.

Già da un po’ mi sono reso conto che in Italia (non so altrove) il comune senso della sostenibilità alimentare soffre di uno scollamento totale rispetto alla realtà. Ma diciamo innanzi tutto quale è la realtà: la variabile più importante in assoluto della sostenibilità alimentare è costituita dalle scelte alimentari orientate verso i cibi vegetali. Al secondo posto (tre volte meno importante) c’è il metodo produttivo biologico. Al terzo posto (otto volte meno importante dal punto di vista delle emissioni di gas serra) c’è la distribuzione su scala locale.

Un sondaggio che stiamo effettuando sui GAS italiani mostra che la scala di priorità che quasi tutti ritengono corretta è pressoché invertita, con le scelte alimentari all’ultimo posto e il primo conteso fra distribuzione locale e produzione biologica. Insomma, un totale disastro. In un tale contesto nulla di strano che comprare formaggio non sia visto come un’aberrazione. Anzi, ho più volte notato che fra coloro che praticano il ‘consumo critico’, gli ambientalisti ecc. da qualche tempo sono molto in voga i corsi di caseificazione. Come dire: impariamo a dar mazzate alla Terra in prima persona anziché pagare qualcuno che lo faccia per noi. Forse però quando si parla del valore dell’autoproduzione non si intende propriamente questo.

Insomma, sembra proprio che il cosiddetto ‘altro mondo possibile’ in campo alimentare non sia altro che prendere il cibo del signor Rossi industrializzato, quello scintillante, cromato, metallizzato, plastificato, svestirlo e metterlo in abiti d’epoca. A nessuno sembra venire in mente che, sotto le trine e i merletti, è lo stesso cibo, a volte un po’ meno malsano, a volte nemmeno quello. E che ciò di cui abbiamo bisogno, se vogliamo fermare la corsa pazza contro il muro, non è apportare lievi correzioni allo stesso presente bensì creare un altro presente. Il che significa innanzi tutto un altro cibo.

Ecco dunque perché io quel formaggio non lo compro. E la solidarietà? La solidarietà, quella vera, quella con la totalità del pianeta su cui vivo, consiste proprio nel non comprarlo. E cosa fare allora per i poveri caseificatori che hanno subito un così duro colpo? Ho una modesta proposta: potremmo fare una colletta per aiutarli a convertire le loro aziende in qualcosa di più sostenibile. Ad esempio una fabbrica di SUV. Sì, proprio quelle orrende, mastodontiche, grottesche cassapanche a motore che costituiscono la più recente, ridicola ed estrema degenerazione del consumismo su gomma. Faranno ancora danni producendo SUV, certamente, ma di meno.

di Filippo Schillaci – 6 Giugno 2012
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Fonte:
http://www.ilcambiamento.it

Europei: campionati di che?

Europei: campionati di che?
di Annamaria Manzoni

L’attesa per l’inizio dei campionati europei di calcio sta per concludersi, e con lei , speriamo, la strage delle migliaia di cani da cui le strade dell’Ukraina dovevano essere ripulite per l’arrivo degli dei del pallone e dei loro fans, uomini duri sì, ma amanti dell’ordine e della pulizia.

Visto che solo la “conclusione dei lavori” ha consentito la fine del massacro non si può non parlare di grave sconfitta di tutte le iniziative che hanno avuto luogo per mesi contro questo sterminio: proteste, striscioni subito oscurati e multati perché non si fa, lettere, appelli, petizioni, diffusione di foto e di video, nella convinzione che davanti alle immagini dell’orrore di sicuro qualcosa sarebbe successo. Niente da fare: le cose hanno seguito il corso stabilito da chi, manovrando le leve del potere, ha proseguito imperterrito, certo di poter contare se non sul silenzio del mondo del pallone, di certo sull’assenza di iniziative che andassero oltre una pacata protesta.

Niente di diverso dal sospiro di sollievo che, quando arriva Pasqua, sottolinea che non si uccidono più agnelli, perché sono morti tutti, o, alla fine del periodo natalizio, ci consola perchè finalmente la gente, abbuffata e satolla, magari per un po’ si asterrà dal mangiare altri animali. Il dispiacere e l’amarezza sono davvero grandi, dal momento che, rispetto alle stragi di animali che nel mondo occidentale avvengono quotidianamente nei mattatoi e alle tante altre ignominie, quali la vivisezione, la caccia, l’imprigionamento negli zoo e via enumerando, in questo caso la possibilità di un intervento efficace non era impossibile.

Certo non ci si poteva illudere che bastasse fare richieste educate perchè paesi che tanto poco rispetto dimostrano per la questione dei diritti in generale ponessero fine all’eccidio che avevano programmato. Avrebbero però avuto conseguenze enormi altri interventi: quello del presidente dell’UEFA, per esempio che, sollecitato a prendere una posizione precisa, avrebbe potuto assumere un atteggiamento forte e chiaro, con degli aut aut che mettessero in discussione lo stesso proseguimento dei campionati: si è invece limitato prima a dare pallide rassicurazioni e poi a sottolineare l’estraneità del proprio ruolo all’intera vicenda.

Bisogna prenderne atto: la faccenda davvero non lo riguarda, nel senso che non lo interessa: per lui a contare è il tragitto del pallone, con tutti gli annessi e connessi. Il presidente UEFA non deve comunque essersi sentito solo perché a condividere la sua inerzia sono stati presidenti delle squadre, allenatori, giocatori, riserve incluse, inerzia tanto più colpevole quanto maggiore è il prestigio che li accompagna e con esso il potere di incidere sulla realtà. Invece eccoli lì, tutti rigorosamente compatti nel separare il proprio ruolo dalle vicende in atto.

Siamo di fronte ad un mastodontico meccanismo di negazione, grazie al quale questi osannati uomini dei nostri giorni hanno potuto trovare la tranquillità necessaria, non farsi turbare, non subire contraccolpi sul proprio rendimento calcistico: solo timidi comunicati ufficiali del tipo che la situazione è ormai sotto controllo , e poi molto più potenti convinzioni che “Non è affar mio: io cosa c’entro?”. Meccanismo esiziale, foriero delle peggiori conseguenze.

La realtà viene negata grazie a quella abitudine a girare la testa dall’altra parte o a metterla sotto la sabbia, a fare lo struzzo, come ci suggeriscono le metafore non a caso così comuni nel nostro linguaggio, comuni come lo sono i comportamenti a cui si riferiscono: si finge di non vedere nonostante l’accesso alla realtà sia a portata di mano, di occhi, di orecchie e di cuore; e questa è la condizione per sentirsi innocenti di un male che, appunto, si dice non esistere.

I tirocini a questa forma di autoassoluzione perché il fatto non esiste sono storicamente infiniti: quando si rifiuta di essere testimoni, di assumere posizione, di fare il proprio lavoro di uomini, diventa tutto possibile. Scomodiamo Martin Luther King che diceva che non è grave il clamore chiassoso dei violenti, ma il silenzio spaventoso delle persone oneste. E lasciamoci raggiungere dalle parole di Albert Einstein che ci ricordano che il mondo è quel disastro che è non tanto per i guai combinati dai malfattori , ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.

Come nel miglior copione già visto, la negazione della realtà, nel momento in cui non ha più potuto essere letterale perché le immagini e i filmati hanno continuato ad incalzare nonostante le dichiarazioni che le volevano “sotto controllo”, è confluita nella negazione del proprio ruolo e della propria responsabilità: Io cosa c’entro? E dell’imperativo morale ad agire non rimane traccia. Davanti ai massacri e alle grandi ingiustizie, si può scegliere di guardare e tacere; si può invece scegliere di indignarsi e di prendere posizione: e se è purtroppo scontato che sia la maggioranza a dire sempre sì, basterebbe una minoranza che non si lascia trasformare in mostro per cambiare il corso della storia, anche di una piccola storia di cani ukraini.

Se uno, uno solo, dei giocatori, degli allenatori, dei presidenti avesse alzato la propria voce per condannare il massacro in atto, minacciando per esempio di disertare i campionati nel caso un altro cane ancora fosse stato ucciso, molte cose avrebbero potuto cambiare, non esclusa una reazione a catena in direzione contraria al silenzio . In tanti studi condotti sui gruppi, sempre emerge che un solo dissenziente è in grado di far crollare il tasso di conformismo. Il dissidente nel mondo del calcio non c’è stato. Peccato: una grossa occasione persa: ogni cane sottratto alla crudeltà di una morte ingiusta avrebbe per sempre portato con sè la propria gratitudine, come sempre fanno i cani, così pronti a non recare rancore, nonostante tutto, alla specie umana.

Una grossa occasione persa perché il nostro tempo non ha bisogno di eroi di cartapesta da osannare perché centrano una rete (e taciamo a quale prezzo) : ha bisogno di uomini comuni, di quelli che compiono la banalità del bene semplicemente oltrepassando la frontiera che separa la passività dall’azione. Non è certo il caso di scomodare il coraggio di Perlasca e Irina Sender, pronti a rischiare la vita, nei tempi bui del nazismo e dei campi di concentramento, per contrastare il male fatto ad altri: qui si trattava, nella peggiore delle ipotesi, di rischiare la partecipazione a un campionato di calcio. Prezzo evidentemente troppo alto.

Il pensiero ora va a loro, a quelle migliaia di cani catturati, ammassati, massacrati, di cui forse possiamo immaginare i pensieri che hanno attraversato la mente in mezzo a quell’esplosione insensata di violenza, guardando negli occhi il nostro di cane, quando ci fissa in attesa dei nostri gesti da cui sempre fa dipendere felicità o delusione. Del tutto indifferenti di chi, tra l’entusiasmo generale, verrà proclamato il vincitore di un campionato, che tutti i partecipanti hanno già perso in materia di solidarietà, empatia e rispetto.

Annamaria Manzoni

A Porta a Porta va in onda la guerra contro i ‘veganiani’

Cibo in TV. A Porta a Porta va in onda la guerra contro i ‘veganiani’

I nutrizionisti invitati all’interno di programmi televisivi cercano a tutti i costi di indirizzare le persone verso una dieta onnivora, affermando che carne, latte e uova siano essenziali per la salute umana. L’ultima battaglia contro i sostenitori del veganesimo e vegetarianesimo è andata in onda il 9 marzo scorso all’interno della trasmissione Porta a porta. Eccone una sintesi.

di Andrea Romeo

Il 9 marzo 2012 la famosa trasmissione televisiva Porta a Porta di RAI 1 ha mandato in onda una puntata dal titolo Mangiare bene in tempo di crisi. Tra gli ospiti in studio vediamo l’ormai onnipresente dottor Giorgio Calabrese – l’uomo che ha dichiarato guerra ai ‘veganiani’ (forse confonde i vegani coi Visitors) – ‘onnisciente’ in tema di nutrizione, Giuseppe Paolisso presidente della Società Italiana Gerontologia e Geriatria, la dottoressa Luciana Baroni presidente della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, oltre alla conduttrice di Unomattina Elisa Isoardi e la cantante Wilma De Angelis. Presente, ovviamente, Bruno Vespa.

Dopo la monumentale sigla, l’obbligatoria introduzione al problema della crisi finanziaria che ha portato il popolo a dover stringere la cinghia (da cui il titolo della puntata) e un cuoco che mostra come preparare cibo con pochi soldi, ecco che finalmente il conduttore Vespa dà inizio alle danze “vediamo con Antonella d’Onofrio la dieta vegetariana, così cominciamo finalmente a litigare”, afferma.

Il perché si sia scelto di parlare di dieta vegetariana (forse come alternativa alla carne in tempo di crisi?) invitando in studio Giorgio Calabrese conosciuto proprio per i suoi attacchi al vegetarianismo che definisce una ‘religione’ e ai ‘veganiani’ (?) rimane un mistero. A prescindere, il filmato della giornalista d’Onofrio, a proposito del vegetarianesimo, ci dice che “se un tempo era lecito chiamarla tendenza, oggi appare necessario classificarlo come realtà”.

Parla quindi dei dati diffusi dal rapporto Eurispes che mostrano che il 9% della popolazione, ovvero cinque milioni di individui, ha preso distanza dalla carne. Secondo i dati il 13.5 % dei ragazzi tra i 18 e i 25 anni è vegetariano e lo 0.4% della popolazione sarebbe vegana. Quindi si chiede quali siano i fattori che spingano queste persone a prendere le distanze dalla carne. In primis il fatto che la carne non faccia bene, tesi sostenuta anche da studi scientifici, quindi il rispetto per gli animali, e infine l’ambiente e l’economia. La d’Onofrio, citando Veronesi, parla anche di correlazione tra consumo di carne e cancro.

Conclusosi il filmato, Vespa invita gli esperti al confronto “Allora volete cominciare a litigare?”. Subito il nutrizionista Calabresi, commentando il video afferma che “a parte che lui (Veronesi) nella vita ha apprezzato un po’ di carne perché è un uomo grande e gaudente […] è un uomo talmente equilibrato che nella vita ha anche mangiato carne”. Quindi una persona equilibrata e gaudente, secondo Calabrese, sarebbe un mangiatore di carne (persone come Gandhi, Einstein o Russell erano malati di mente) e inoltre – afferma il nutrizionista – non è possibile che un vegetariano dalla nascita possa avere una vita sana e salutare: evidentemente non conosce Margherita Hack, vegetariana dalla nascita che alla veneranda età di 94 anni tiene conferenze di fisica astronomica in giro per il pianeta.

In generale i presenti alla trasmissione danno poco spazio alla Baroni spesso interrompendola, e sovente parlano per sentito dire, per ‘leggende metropolitane’, come quando il dottor Paolisso sostiene, con assoluta certezza, che “i vegetariani sono tutti magri e hanno una muscolatura ridotta”.

Le dichiarazioni della Baroni, secondo cui una dieta vegana non solo sia idonea all’uomo ma anche ne determina la longevità sarebbero, dal punto di vista di Calabrese, “scientificamente pericolose”: peccato che secondo la dottoressa sia il loro punto di vista ad essere “pericoloso” oltre che fuorviante.

È veramente interessante infatti osservare come i nutrizionisti in TV cerchino a tutti i costi di veicolare le persone verso una dieta onnivora, affermando che carne, latte e uova siano essenziali, a prescindere dalle argomentazioni portate dalla controparte: “[…] I veganiani sono ammirevoli per il fatto che mangiano molta verdura e frutta, ma farebbero degli errori: dove la prendono la B12? Lei mangia la carne e c’è la B12 dentro!” afferma l’onnivoro, “che deriva dal mangime” replica la vegana.

Ad un tratto la discussione viene incentrata sui centenari italiani grazie ai quali Calabrese si fa forte per confermare le sue teorie e l’eclettico nutrizionista punta di nuovo il dito verso la Baroni: “vede? La dieta mediterranea! E non è un caso!”. E così finalmente la Baroni pone la fatidica domanda “ma cosa intende per dieta mediterranea?”. Calabrese elenca il pesce e la carne rossa: sì, ma quanta? Sostiene Calabrese “4 volte alla settimana la carne rossa (150 grammi a porzione), 4 volte alla settimana pesce” (in parole povere tutti i giorni). “Eh no professore, questa non è la dieta mediterranea tradizionale (dei centenari)”, rimprovera (giustamente) la Baroni che viene di nuovo sopraffatta dagli invitati.

Questo dato verrà anche confermato inconsapevolmente dallo stesso Paolisso quando affermerà che i centenari non fanno ‘shift’, non hanno mutato la dieta che seguivano da bambini, ovvero non hanno mai portato il consumo di carne e derivati ai livelli abnormi odierni. La Baroni, tra le urla degli ospiti, cerca inutilmente di dire che i popoli più longevi sono quelli vegetariani.

“Lei che non fa la dieta mediterranea deve insegnare com’è la dieta mediterranea a noi?”, replica Calabrese al quale bisognerebbe far notare che lo stesso discorso varrebbe anche per lui dato che non riesce nemmeno a pronunciare la parola ‘vegani’. Poi continua “Guarda che non la fate voi la regola della dieta mediterranea, la facciamo noi!”. Ed in effetti la dieta mediterranea è stata fatta proprio da loro, dalle pubblicità e dalle industrie della carne e derivati che l’hanno mutata (e propinata) a loro vantaggio.

Per un attimo la discussione si sposta sul prezzo “ma non tutti possono permettersi queste quantità”, ma il problema, secondo Calabrese, è l’importazione delle carni. Basterebbe andare dal macellaio sotto casa e chiedere carne locale et voilà, il gioco è fatto!

Il magnanimo Vespa cede nuovamente la parola alla Baroni che, oltre a sottolineare che le carenze di B12 sono un problema per molte persone di una certa età a prescindere dalla dieta, cita le nuove linee guida americane che sostengono questo dato. E qui nasce spontanea una domanda: ci si può fidare, chiede Vespa, delle linee guida americane, quando il nostro paese è il primo per longevità tra i paesi occidentali mentre gli USA hanno una media più bassa (stando ad un grafico che mostrano durante la trasmissione)? È imbarazzante come questa uscita assolutamente anti-scientifica di Vespa venga anche confermata dal dottor Calabrese, prova del fatto che il famoso nutrizionista direbbe qualunque cosa pur di portare avanti le sue tesi.

“Lei sta dicendo una cosa che non è scientifica! Lei non è la Bibbia! […] i vegani come nutrono i propri figli?” – chiede Calabrese alla Baroni – “col latte materno!” – risponde la dottoressa – “sì, e il latte materno cosa contiene?” “tutti i nutrienti!” “E non hanno problemi?” “no, allattano i loro figli senza problemi!” … Qui interviene di nuovo Vespa che veste il camice bianco per l’occasione: “sostenere che le donne vegetariane non abbiano mai problemi è una bestialità”. Peccato che quel ‘mai’ è stato messo in bocca alla Baroni proprio da Vespa.

“E lo svezzamento?”, interviene nuovamente il nutrizionista più seguito d’Italia, “e le proteine nobili?”. “Cosa sono le proteine nobili professore? Perché questa definizione l’ho sentita solo da lei”, replica la Baroni. “Allora lei segue poco la scienza!”, incalza Calabrese. Ecco intervenire Paolisso “le proteine di base, la base della vita, da dove le prendiamo?”.

“Ci sono nella dieta veget…” la Baroni viene di nuovo interrotta e riprende Paolisso “e dal punto di vista etico, la dieta veganiana…”. “Vegana!”, ribadisce la dottoressa. Ecco come gli onniscienti scienziati sono ben ferrati su quella che dovrebbe essere la loro materia di studio, come è elevato il loro interesse per diete diverse da quelle che loro predicano “senza pregiudizio alcuno”.

“Le proteine si trovano anche nei vegetali”, riesce finalmente ad affermare la vegana.

“E come è possibile che milioni e milioni di persone si nutrono in quel modo?”, chiede giustamente Paolisso. “Non è detto che sia il modo migliore!”, replica la Baroni citando inconsciamente Bertrand Russell.

“Veronesi è diventato vegetariano perché ha potuto scegliere, non perché gli è stato imposto”, sostiene Paolisso parlando di etica, e ci mostra come abbia riflettuto molto sulla tematica in questione, dato che anche il mangiar carne (tra l’altro di alcune specie e non di altre scelte in modo assolutamente arbitrario) è una imposizione culturale.

La puntata si conclude dunque con le storie tristi degli anziani che non possono più permettersi le tanto amate ‘proteine nobili’, e viene consigliato loro di ripiegare sulla economica ‘carne bianca’, cioè ‘cosce di pollo’ e ‘pesce azzurro’, per il piacere di polli, aringhe e sarde le prossime inconsapevoli vittime di questa crisi.

L’opzione ‘veganiana’ viene così accantonata, meglio seguire i consigli del dottor Calabrese.

di Andrea Romeo – 12 Marzo 2012

Fonte: Il Cambiamento.it

Perchè sono diventato vegano

Perchè sono diventato vegano e perchè lo dovete diventare tutti!

Da macellaio ad attivista

La reazione di chi viene a sapere del mio passaggio ad una dieta vegana è ormai talmente prevedibile e standardizzata che mi sono anche stufato di esporre le mie argomentazioni a riguardo. In un mondo in cui il potere totalizzante dei grandi centri di produzione è giunto a livelli pazzeschi il vegano viene visto con compassione, le sue scelte sottolineate con malcelata ironia, le idee accolte da una scettica insofferenza. Sicuramente uno dei motivi principali di un simile atteggiamento è il disinteresse generalizzato che si constata quando si toccano determinate questioni. Basterebbero invece pochi minuti per documentarsi e concludere che spesso le nostre abitudini alimentari si basano sulla sofferenza e sulla MERDA che ci fanno mangiare. Io l’ho fatto, ed il quadro che ne viene fuori è desolante, davvero. Sono convinto che chiunque abbia un minimo di sensibilità e rispetto verso creature che qualcuno dice appartenere a Dio non potrà che essere toccato da ciò che segue.

Premesse: Il mercato richiede grandi quantità di carne, per soddisfare la domanda sono indispensabili gli allevamenti intensivi che favoriscono la nascita di potentissime lobby (produttori di mangimi, macellatori, salumifici, industrie dell’alimentazione) che condizionano fortemente le autorità politiche.

 – E’ ormai arcinota l’insalubrità di carne, pesce e derivati, il loro contenuto in diossina, antibiotici, cortisonici, erbicidi, ormoni (metà della produzione mondiale di antibiotici e’ destinata alla zootecnia) ed altri cocktail di farmaci utilizzati negli allevamenti intensivi per portare l’animale al massimo rendimento.

– I controlli? Meglio stendere un velo pietoso…solo di mangime zootecnico, in Italia, si consumano 20 milioni di tonnellate all’anno, la cui analisi richiederebbe uno stuolo di pubblici controllori. Per quanto riguarda gli animali, i polli sono controllati, in Italia, nella misura di uno ogni milione e i bovini sette ogni mille, in base ai dati ufficiali del Ministero della Sanità.

– Argomento salute: il consumo di carne con il 35% di incidenza è la prima causa della mortalità per cancro. Numerosi studi hanno evidenziato la stretta relazione esistente tra l’alimentazione a forte contenuto di grassi saturi di origine animale e l’insorgenza del cancro all’intestino e al retto. Inoltre ricerche dimostrano come i tumori del colon, del seno, della prostata, dell’utero e tanti altri abbiano un’incidenza pressoché nulla nei vegani e come vi sia una totale assenza di forme cancerogene all’apparato digerente. La dieta vegana può prevenire il 97% delle occlusioni coronariche, cardiopatia che in Italia è responsabile di 80.000 morti l’anno. Statistiche mediche hanno confutato come il diabete, trombosi, osteoporosi, artrite, malattie renali, obesità e ipertensione siano strettamente legate al consumo di carne ed affini, LATTE COMPRESO.

– L’inquinamento dovuto ai nitrati contenuti negli escrementi compromette le falde acquifere e contribuisce ad aggravare il problema dell’eutrofizzazione di fiumi e mari.

– Si piange ipocritamente per le migliaia di bimbi morti quotidianamente per la fame. Da un rapporto del Dipartimento dell’Agricoltura negli U.S.A. risulta che “ricaviamo solo un chilogrammo di carne bovina per 16 chili di grano”. Considerate quante persone può sfamare un solo chilo di carne e quante invece se ne possono sfamare con 16 kg di grano!

– E’ provata la disonestà di tanti allevatori: risale al 1988 il grido di allarme che gli esperti veterinari avevano lanciato sull’uso massivo di farine animali e ormoni per la crescita. L’Italia è invece ad oggi il paese produttore numero uno di questi mangimi drogati e contronatura per i bovini erbivori, mangimi vietatissimi sin dal 1994. Si producono, si vendono e si utilizzano, tutto letteralmente sulla nostra pelle. Le statistiche dicono che in due allevamenti su tre le condizioni igieniche sono insufficienti, o peggio, e che in molti casi si utilizzano ancora le tanto discusse farine di origine animale. E poi gli allevatori fanno le barricate al Brennero, spergiurando sulla genuinità della carne nostrana! Salvo poi essere svergognati dalle decine di casi di “mucca pazza” made in Italy. Passo oltre, perché questi “signori” non meritano nemmeno il mio disprezzo. Ma quello su cui va puntato il dito è l’indicibile sofferenza che c’è dietro ogni banchetto a base di carne, pesce e prodotti di allevamenti intensivi in genere. Qualcosa di obbrobrioso, vomitevole, indegno di una società che vorrebbe definirsi civile. Mangiare carne è pascersi di sofferenza! Oggi il 41,5 % della spesa alimentare in Italia è costituito da carne; nel ‘94 nella sola Italia sono stati macellati 12.100.000 suini, 4.700.000 bovini, 8.550.000 tra ovini e caprini.

MACCHINE DA CARNE

Negli allevamenti intensivi i bovini vivono in condizioni fuori di ogni decenza. Stipati in spazi angusti, talvolta legati alla catena (pratica vietata dalla legge) l’unica attività che è permessa loro è quella di ingrassare, oppure di produrre latte con le mammelle martoriate da continui episodi di mastite, una malattia infiammatoria provocata dall’innaturale produzione della bianca bevanda. In ogni caso una prigionia che è solo una attesa della propria morte.

VIAGGIO VERSO LA MORTE

Le sofferenze per gli animali da allevamento hanno fine solo col loro abbattimento: ma anche il viaggio verso il macello è spesso fonte di notevoli supplizi, stipati in camion, soffrendo fame e sete, esposti alle intemperie ed ad un fortissimo stato di stress che libera ulteriori sostanze velenose nell’organismo. Ultimo strazio quello di assistere alla morte dei propri simili. Si tratta di animali superiori, perfettamente in grado di capire ciò che li sta aspettando. Vi chiedo di provare ad immaginare quanto terribile possa essere una tale consapevolezza.

CARNE BIANCA, ANZI ANEMICA

Ai vitelli da carne vengono inflitti veri e propri tormenti perché possano produrre quelle bistecche bianche e tenere (la mitica fettina) tanto richiesta dal mercato. Il vitello viene costretto in un box strettissimo, dove è impossibile per l’animale persino girarsi. I produttori devono assicurarsi che le mucche da latte abbiano una gravidanza ogni anno, per mantenere la lattazione. I piccoli vengono tolti alla madre subito dopo la nascita, un’esperienza che è tanto dolorosa per la mucca quanto terrificante per il vitello. Spesso la madre manifesta i propri sentimenti con incessanti richiami e muggiti, che durano per giorni dopo che le è stato tolto il piccolo. Ma in questo modo essa in poco tempo è nuovamente disponibile alla monta. Il vitello viene alimentato solo con latte scremato e mangime carente di ferro affinché le sue carni abbiano il grado di anemia desiderato. Fra gli individui tenuti in questa maniera sono diffuse polmoniti e diarree, sicché bisogna intervenire spesso con somministrazioni di farmaci. E solo dopo 6 mesi di calvario arrivano al macello, spesso con le zampe legate fra loro perché il sovrappeso li rende incapaci di camminare e le fratture deprezzerebbero la pregiata muscolatura della coscia. Chiaro o qualcuno finge ancora di non capire?? La carne bianca che si dà ai bimbi perché crescano meglio è carne di animali malati.

SOFFERENZA PER TUTTI

I bovini non sono certo gli unici animali allevati in condizioni terrificanti. I polli, ad esempio, sono nutriti nelle batterie con un mix di resti dei compagni già macellati, pesce e feci. Quando migliaia di polli sono costretti in poco spazio, raggruppati in cinque-sei per gabbia, molti di essi arrivano al cannibalismo, beccandosi furiosamente e ossessivamente l’un l’altro. Poiché un animale con la carne segnata dalle beccate è meno vendibile, gli allevatori hanno risolto il problema. Aumentando lo spazio? Troppo costoso: si preferisce asportare ai polli la parte terminale del becco con una lama rovente un’operazione assai dolorosa che non diminuisce certo l’aggressività degli animali impazziti, ma ne annulla gli effetti. Alimentato con un miscuglio agghiacciante di ormoni della crescita e di antibiotici aggiunti al mangime, un moderno pollo raggiunge la sua massima taglia in sole sei settimane, incrementando di 50 volte il peso che aveva alla nascita. A questo punto il volatile è così pesante da non potersi nemmeno reggersi sulle zampe: del resto non gli servirebbe a nulla, visto che è già pronto per il macello. Anche i maiali non se la passano bene nei paesi cosiddetti sviluppati, dove la zootecnia industriale detta legge. Buona parte dei suini viene fatta crescere in gabbie anguste, sicché i poveri animali passano il loro tempo a mordere ossessivamente le sbarre. Le scrofe gravide vengono messe in gabbie così strette da non permettere loro né di girarsi né di sdraiarsi. Queste particolari gabbie sono concepite in modo che il prolifico animale non schiacci i suoi piccoli, ma sono degli autentici strumenti di tortura e rendono il momento del parto tremendamente traumatico. E ci sono mattatoi dai quali transitano anche 2000 suini in una mattina. Quando gli inservienti applicano agli animali le pinze elettriche, non possono certo andare troppo per il sottile. Così, spesso gli animali finiscono ancora vivi nelle vasche di scottatura, dalle quali devono passare perché siano tolte loro le setole. Ecco a voi la tanto decantata braciola…

BUON APPETITO!

Il fegato grasso d’oca altro non è che l’organo malato di animali torturati. Si chiama steatosi epatica la patologia indotta nelle oche da una superalimentazione forzata. Per ottenerla bisogna ingozzarle per un periodo che va dalle 2 alle 4 settimane con una quantità giornaliera di cibo pari ad un quarto del loro peso. E’ come se ogni giorno un uomo di 80 chili fosse costretto a ingurgitarne 20 di spaghetti. Come? Con un imbuto alimentato da un motore elettrico, collegato a un tubo metallico infilato nell’esofago. Che produce lesioni, soffocamenti e fratture del collo. Il tutto in uno spazio di 3 metri quadri nel quale sono ammassati 20 animali. Per evitare che si feriscano tra loro, gli vengono tagliate le unghie e il becco, cosa che assicura loro altre sofferenze fino alla morte. Morte benigna, date le circostanze? Macché. Tanto per cominciare, sul nastro trasportatore che le conduce al patibolo le oche vedono tutto ciò che le aspetta. Ovvero: l’immersione in un bagno d’acqua elettrificata seguito dallo sgozzamento, al quale però spesso giungono ancora vive. Solo il 5-10 per cento di loro ha la buona sorte di morire a causa dello spappolamento del fegato. O di stress. Le femmine sono più fortunate: poiché il loro peso corporeo è inferiore a quello del maschio, dopo le covate vengono buttate vive in un tritacarne o soffocate in enormi sacchi. Per rifornire di foie gras il solo mercato italiano, nel ’96 questo martirio è toccato a 25mila oche.

UOVA, LATTE, FORMAGGI…

Anche la produzione di uova comporta la morte delle galline e dei pulcini maschi. Le galline vivrebbero quindici anni, ma negli allevamenti vengono sgozzate appena il numero di uova prodotte diminuisce (di solito a due anni) per diventare carne di seconda scelta. Chi consuma le uova incentiva quindi anche la produzione di carne, oltre che la morte e lo sfruttamento intensivo di questi animali. I pulcini maschi, inutili al ciclo produttivo, vengono buttati vivi in un tritacarne per diventare mangime, soffocati o semplicemente lasciati morire accatastati in grandi mucchi. Le galline sono sottoposte a intensi trattamenti di antibiotici per sopportare le durissime condizioni di vita alle quali sono sottoposte. Non va meglio per latte e formaggi, dove si accumulano tutti i veleni propinati ai bovini. Il formaggio nè in gran parte composto in gran parte da grassi, oltretutto quasi sempre viene prodotto con l’ utilizzo di caglio animale (un enzima che facilita l’addensamento del latte) ricavato dagli stomaci dei vitelli. Ebbene sì. Dietro ogni porzione di formaggio c’è un un vitellino squartato senza tanti complimenti. Il latte? Per anni ci hanno fatto credere fosse l’alimento per eccellenza. Ma pensateci un attimo: perchè dovrebbe essere adatto agli umani, se è prodotto da una mucca? Il latte contiene una quantità enorme di ormoni, utili al vitello per i suoi ritmi di crescita, ben maggiori di quelli di un umano. Non è ben chiaro (e qualcuno non vuole che lo diventi) l’effetto che una tale quantità di ormoni abbia nell’uomo.

LA MIA ESPERIENZA

Sono stato anch’io per moltissimi anni un accanito mangiatore di carne. Mi sono cibato di marciume, ignorando tutto ciò che c’era dietro, con grande compiacimento di chi mi proponeva in TV immagini bucoliche di verdi pascoli alpini e mucche con sorrisi a trentadue denti. Poi ho aperto gli occhi. Da un giorno all’altro ho chiuso con i cibi di origine animale. Risultato? Non è cambiato NULLA nella mia vita…hanno tentato di terrorizzarmi con presunte deficienze di calcio, proteine, ferro, vitamine. Tutte falsità. Faccio sport come e più di prima, le analisi del sangue dopo anni di veganesimo sono assolutamente perfette e sapere di non contribuire ad un tale vergogna mi fa stare meglio, molto meglio. Mangio comunque tante di quelle cose che di fame non morirò, di questo posso esserne certo. Anzi, ho capito due cose: primo, mangiamo molto più di quello che servirebbe con, lasciatemelo dire, una produzione da parte di tutti noi di mostruose quantità di feci, buone solo per inquinare l’acqua dei fiumi e dei mari che, inevitabilmente, prima o poi berremo! Secondo, la verdura può essere sorprendentemente gustosa…

Volete la rivoluzione? Diventate vegetariani

Volete la rivoluzione? Diventate vegetariani

di Natalino Balasso

C’è una gran voglia di rivoluzione.

Gli amici delle spranghe esultano ogni volta che scovano un sopruso. Gli amici delle spranghe hanno bisogno di qualcosa per cui protestare vibratamente, cioè vibrando sprangate. Quelle piazze che abbiamo abbandonato, perché troppo occupati a parcheggiare nei villaggi commerciali o fuori dai multiplex, si riempiono a vista d’occhio solo quando si tratta di divellere semafori o bruciare auto di media cilindrata che non possono permettersi un garage.

Agli amici delle spranghe cambiare il mondo sembra più semplice che cambiare se stessi. E forse lo è. Non voglia il destino che in Egitto si torni a praticare la lapidazione, ma è certo che le rivoluzioni prendono sempre una strada tortuosa. Anche quella talebana in Iran, è stata una rivoluzione, anche quella fascista in Italia è stata una rivoluzione, abbiamo però visto la china mesta che queste rivoluzioni hanno imboccato. E se c’è chi è ancora convinto che quella cubana non sia una dittatura, costui è mosso dalla paura di rinunciare alle proprie antiche convinzioni.

Si pensa sempre che occorra un grande evento decisionale per invertire le rotte, per prendere nuove direzioni. La politica degli ultimi 40 anni da noi ha pensato che nuove e contraddittorie leggi possono cambiare una situazione sclerotizzata. Prendiamo l’energia, l’acqua, l’inquinamento. Si pone rimedio allo sperpero e ai veleni con regole sempre più complicate, investendo denari senza controllo e soprattutto evitando di far funzionare ciò che già dovrebbe funzionare. La risposta capitalistica al consumo di energia o allo sperpero d’acqua non potrà mai essere il risparmio o la riduzione del consumo, ma sarà sempre un incentivo al consumo. Cos’è la crescita, cos’è lo sviluppo, se non consumo?

Eppure si potrebbe già oggi, senza referendum e senza nuove leggi, ridurre di 10 volte (10 volte!!) il consumo d’acqua, non cambiando il mondo ma cambiando noi stessi: smettendo di mangiare carne. Smettendo di usare auto a petrolio diminuirebbe il consumo d’acqua (si, d’acqua, perché per raffinare il petrolio il consumo d’acqua è altissimo) di un’altra percentuale significativa. Diminuirebbe significativamente l’inquinamento se nelle autostrade andassimo ai 100 km orari, se nelle case tenessimo una temperatura di 18 gradi, più che sufficiente a riscaldarsi, se nei locali e negli alberghi non ci fosse una temperatura di 23 gradi d’inverno e di 20 gradi d’estate. Diminuirebbe l’inquinamento se acquistassimo merci prodotte nel raggio di 15 chilometri da casa, soprattutto per quanto riguarda gli alimenti, ad esempio mangiando frutta e verdura di stagione.

Da quando Dio ha preferito l’allevatore Abele all’agricoltore Caino, il popolo della brava gente ha trovato cosa buona e giusta nutrirsi di carne. Ma anche se oggi sappiamo che mangiare carne comporta una maggiore aggressività, fu proprio Caino il contadino il primo omicida dell’umanità. Coperti di quel marchio i vegetariani sembrano una setta da cui guardarsi e degni di punizione (basta entrare in un ristorante vegetariano per capire l’atmosfera triste che vi regna come una punizione, compreso il prezzo, che, non si capisce perché, è alto come quello dei ristoranti “normali”).

Ma se tutti diventassimo vegetariani l’effetto sarebbe quello di una rivoluzione epocale anche se non farebbe scalpore come tirare qualche sprangata o bruciare qualche macchina.

Natalino Balasso
28 febbraio 2012

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/volete-rivoluzione-diventate-vegetariani/194155/

Scuole nei macelli per vedere il dolore e la paura degli animali

AIDAA: PORTARE LE SCUOLE NEI MACELLI PER VEDERE IL DOLORE E LA PAURA  DEGLI ANIMALI

Diciamo basta una volta per tutte a quelle odiose pubblicità dove le galline razzolano gongolando, le mucche vivono felicemente i maialini sono contenti come le pasque e dove tutti gli animali sono ben contenti di diventare pollo allo spiedo, bistecca o prosciutto.

Facciamo vedere invece la realtà per quella che è: milioni di animali ogni anno uccisi per essere trasformati in cibo, milioni di animali che spesso viaggiano ai limiti della legalità con indicibili sofferenze, milioni di animali con il terrore della morte negli occhi mentre vedono i loro simili morire prima di loro.

Immaginate un gruppo di persone che vengono uccise una ad una obbligando le altre a guardare mentre vengono ammazzate e squartate sapendo che anche loro faranno la stessa fine. Questo è quello che passa negli occhi di milioni di animali prima della loro morte, se questo vi sembra accettabile allora smettete di leggere questo comunicato. Perché a noi pare una violenza inaudita ed inutile. Ma una violenza che fin quanto viene ritenuta legale e legittima deve essere fatta conoscere.

Per questo motivo AIDAA chiede ufficialmente al ministro della Pubblica Istruzione di mandare una volta al mese le classi delle scuole elementari e medie in visita ai macelli nel momento in cui si ammazzano i bovini, i suini e tutti gli altri animali, che vedano che le cose non stanno come le presentano gli spot pubblicitari, che vedano i nostri ragazzi il dolore e la paura negli occhi degli animali prima di essere ammazzati.

Giusto fare i corsi di educazione civica, di educazione alla cultura ed al rispetto degli animali domestici– ci dice Lorenzo Croce presidente di AIDAA- ma riteniamo altrettanto giusto portare le scuole nei macelli per vedere come si ammazzano gli animali, non si tratta di fare del terrorismo sui bambini pro vegetarianesimo ma di far conoscere le cose come stanno e soprattutto si vietino quegli orrendi spot con gli animali felici di diventare una bistecca. Non sono felici. Hanno paura e terrore della morte come tutti noi”.

Roma (28 dicembre 2011)

Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente
http://aidaa-animaliambiente.blogspot.com/