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Laura è diventata vegan e ci racconta la sua storia

Alcuni giorni fa mi ha scritto Laura Bonomo, raccontandomi la sua storia e mi ha chiesto di pubblicarla, per condividerla con tutti.

D

“Ciao Daria, Vorrei raccontare la mia storia al fine di salvare tante altre ragazze che possono trovarsi nella mia situazione.
Io ho sofferto di colite ulcerosa per quasi vent’anni e i medici non sono mai riusciti a guarirmi. Da circa un anno e mezzo sono vegana e ho risolto il mio problema, e non ho più bisogno di prendere farmaci. Ho dovuto scontrarmi con una manica d’ignoranti, soprattutto i medici che non accettavano il fatto che cambiando la mia alimentazione io fossi arrivata a non aver più bisogno di loro.

Circa tre anni fa sono stata ricoverata in ospedale a causa di una forte infiammazione al colon e ho passato giorni d’inferno, su di me hanno sperimentato ogni tipo di farmaco (posso dire di aver fatto da cavia a questi signori tanto per bene col camice bianco) mi hanno mandato a casa che ero uno straccio sia fisicamente che psicologicamente, mi sono rimessa in sesto dopo quasi un anno e nonostante, io fossi tornata in forma, mi sono sentita dire che è necessaria un’operazione di colectomia totale. Io mi ero rifiutata, ma non avevo armi contro di loro, e la loro insistenza era come un grande macigno che mi schiacciava.

Il caso vuole che il mio ragazzo tempo fa mi mostrò dei filmati sugli allevamenti intensivi ed io mi fermai a riflettere. Tanti piccoli esseri viventi sfruttati, maltrattati usati come macchine da produzione, picchiati ed uccisi con crudeltà in uno stato di semi coscienza. Per ragioni etiche decisi di diventare vegana, questa mia scelta migliorò anche la mia salute.

Scoprii in seguito, informandomi, che è stata proprio la carne a provocarmi la colite e il cortisone usato dai medici per curarmi stava danneggiando anche le mie ossa togliendo loro il calcio necessario, tanto è vero che circa cinque anni fa mi successe di bloccarmi con il ginocchio destro e con la spalla destra, ma allora attribuivo il fatto alla mia abitudine di dormire sul fianco destro, e pensavo inoltre di non assumere abbastanza calcio. Invece era la mia alimentazione ad essere errata. Soffrivo di stanchezza eccessiva e avevo sempre gonfiore alla pancia, inoltre non ero in grado di lavorare.

Oggi invece mi sento energica e lavoro senza problemi in un asilo nido da circa un anno e mezzo. La cosa più bella per me è stata quella di non aver avuto più bisogno dell’operazione.

Mi è rimasta dell’amarezza nel cuore però: io ho rischiato di farmi togliere un pezzo d’intestino e di restare menomata per il resto della mia vita, perché avrei vissuto col sacchettino sul fianco per sempre e quanta gente fa questa fine perché ignora che ci sia un’altra soluzione.

Io credo sia importante far sapere questa cosa, non deve restare nascosta; i medici devono smetterla di giocare con la pelle della gente, devono smetterla d’arrichirsi operando le persone quando non è necessario.

Ti ringrazio fin da adesso e ti saluto.”

Laura Bonomo

Molai, il ragazzo che ha piantato da solo 550 ettari di foresta

India: Molai il ragazzo che ha piantato da solo e a mano 550 ettari di foresta

E’ incredibile come siano dei singoli fatti a imprimere grandi e improvvise svolte nella nostra vita. Ricordo ad esempio di aver deciso di diventare vegetariano oltre 10 anni fa, quando durante un’escursione tra i monti della mia amata Sardegna sentii il verso disperato di un maialino inseguito dal pastore che voleva farlo diventare su proceddu tanto amato da sardi e turisti. Il maialino sapeva benissimo cosa gli sarebbe successo (vengono sgozzati vivi), correva e urlava, e li decisi che non volevo più essere complice di tanta sofferenza.

Molai, il ragazzo indiano che ha passato la sua vita a far ricrescere la foresta:

La storia che vi racconto oggi invece viene dall’ India, dove un ragazzo, un teeneger indiano 30 anni fa (nel 1979), dopo un alluvione scoprì i corpi di tanti serpentelli morti, perché lì portati dalle acque in piena e che non essendo più protetti dall’ombra della fitta vegetazione morirono per il sole e il caldo.

Fu allora che Jadav “Molai” Payeng decise si piantare a mano tanti semi per far ricrescere la foresta su quello sterile cordone di sabbia dove anch’egli viveva. Chiese aiuto all’ Ente Foreste locale ma gli risposero che tanto lì non sarebbe cresciuto nulla, di provare a piantarci bambù.

Presto decise che quello sarebbe diventato lo scopo della sua vita e ora 30 anni dopo si è scoperto come questo ragazzo, ora uomo, abbia piantato 1360 acri (550 ettari) di foresta ora rigogliosa.

Tanto che, chiamata adesso “Foresta Molai”, è divenuta un prezioso rifugio per numerosissime specie, non solo uccelli, ma cervi, rinoceronti, tigri ed elefanti. Che dire, grazie Molai per il tuo esempio, l’Orissa e il mondo hanno una nuova fetta di Paradiso 🙂

Fonti:

http://www.treehugger.com/natural-sciences/man-single-handedly-plants-entire-forest.html

http://www.greatnewsnetwork.org/index.php/news/article/indian_man_jadav_payeng_single_handedly_plants_a_1360_acre_forest_in_assam/

http://tuttalabellezzadelmondo.it/index.php/natura/parchi-naturali/93-india-la-storia-di-molai-che-in-30-anni-ha-piantato-550-ettari-di-foreste

Fauja Singh, il maratoneta vegetariano centenario

Partecipa a una maratona a 100 anni e viene inserito nel Guinnes dei Primati.

Nell’ottobre 2011, e’ stata diffusa la notizia sul sito della PETA “Un centenario vegetariano raggiunge un record nella maratona”

Fauja Singh e’ stato inserito nel Guinnes dei Primati dopo aver completato la maratona “Scotiabank Toronto Waterfront Marathon”, diventando il partecipante piu’ anziano di tutti i tempi, a 100 anni. Singh, chiamato il “tornado con il turbante”, cita anche la sua dieta vegetariana come fattore chiave per l’incredibile energia che l’ha fatto arrivare nel Guinness dei Primati. Ed e’ la prova vivente che non e’ mai troppo tardi per passare a una dieta a base vegetale, fonte dei benessere e salute.

Riportiamo di seguito un articolo sul tema di Stefano Severoni.

Fauja Singh, il maratoneta ultra centenario

Fauja Singh, nato a Bias Pind il 01/04/1911, è un personaggio singolare con i suoi quattro figli, tredici nipoti, una dozzina di pronipoti ed una serie di otto maratone portate a termine: cinque a Londra, due a Toronto, una a New York.

E’ cittadino britannico di origine indiana, originario del Punjab indiano, dove faceva il contadino, di religione sikh. Fauja si è trasferito in Gran Bretagna negli anni Sessanta ed attualmente vive ad Ilford, est di Londra. Ha iniziato a partecipare a gare di corsa all’età di 89 anni, dopo aver perso la moglie e un figlio: “Stare a casa mi uccideva”, ha spiegato: “Gli anziani in Gran Bretagna fanno vita sedentaria e hanno una dieta ricca di grassi”.

Correre ha dato a Fauja il baricentro della sua vita emotiva. La sua passione per la corsa è nata mentre lavorava come contadino in India, ma l’ha potuta sviluppare solo tardivamente. Per lui, da anni, la corsa è più di un passatempo. Trasferitosi in Gran Bretagna, con l’aiuto del suo allenatore H. Singh, si è cimentato nelle maratone.

Fauja si allena ogni giorno percorrendo 10 miglia (16 km), oltre ad eseguire esercizi ginnici, anche assieme ad altri “colleghi”. Ora è iscritto alla Maratona di Edimburgo del 27 maggio 2012, la maratona più veloce del Regno Unito.

Ha debuttato alla London Marathon 2000. Campione del mondo di maratona over 90, è stato protagonista di prestazioni di rilievo nel biennio 2003-2004. Nel 2004 è stato testimonial della campagna dell’Adidas “Niente è impossibile”, assieme a D. Beckham e Muhammad Alì, e ha devoluto il proprio compenso in beneficenza a favore dei bambini nati prematuri. Alla London Marathon 2003 ha realizzato il tempo di 6h02′. L’anno successivo 6h07’13”. Il suo record sulla distanza è di 5h40’04”, realizzato alla Toronto Waterfront Marathon 2003, con il quale è diventato l’uomo più veloce al mondo tra gli over 89-90-91-92.

In tempi più recenti, il 16 Ottobre 2011 ha completato la maratona di Toronto diventando il più anziano di sempre (100 anni compiuti) a percorrere la distanza regina del fondo, che mette a dura prova corridori ben più giovani di lui, impiegando 8h25’16”. La gara è stata vinta dal 38enne kenyano K. Mungara, in 2h09’50”. Singh si e piazzato al 3.850esimo posto, davanti ad altri nove concorrenti, correndo con il pettorale 100. E’ transitato al decimo km in 1h44’03”, alla mezza in 3h43’39”, ai 30 km in 5’36’00”, concludendo con una media oraria di 11’59” al km.

Gli organizzatori della prova di Toronto 2011 stavano smantellando le barricate e gli striscioni al traguardo sul lungolago della metropoli canadese, quando l’hanno visto arrancare verso la linea d’arrivo, con la sua lunga barba ed il turbante di colore giallo. “Fauja è al settimo cielo. Ha combattuto contro se stesso e ha vinto”, ha detto H. Singh, il suo allenatore, dopo il suo arrivo. “Correre gli ha dato un nuovo slancio nella vita. Poco prima dell’ultimo miglio mi ha detto: ‘Farcela, significherebbe sposarsi un’altra volta’”. All’arrivo, l’atleta è stato accolto da parenti ed amici, e da una folla in delirio. A chi gli chiedeva il segreto del suo fisico, egli ha risposto semplicemente che per lui è fondamentale mangiare il curry.

Orlando Pizzolato, due volte vincitore della New York City Marathon, oggi tecnico, direttore della rivista milanese “Correre”, ed ancora corridore, scrive che il bravissimo Singh ha percorso 42,195 km, ma non ha “corso” la maratona. Infatti, per percorrere ogni frazione di 1000 m della gara, egli ha impiegato mediamente 11’59”. Un buon ritmo, anzi, un buon passo, in quanto in effetti non ha corso, seppure simulando un passo rimbalzato. Pizzolato continua ricordando che, del fatto che si percorra una maratona senza staccare i piedi da terra neppure una volta, ha discusso, nel 2010, il New York Times, prima della maratona della Grande Mela. Si dibatteva se considerare maratoneti quanti percorrono gran parte della distanza senza correre. Le opinioni in merito divergono anche tra gli esperti.

Il motto di Singh: “Stay smiling and keep running” (sorridi e continua a correre). Il segreto di una vita lunga e sana è di non farsi piegare dallo stress. Essere grati per qualunque cosa vi accada e stare lontani dalle persone negative, sorridi e continua a correre; questa la filosofia che anche questa volta lo ha portato al traguardo, sicuramente vincitore: la maratona come scuola di vita. Il suo tipico turbante sikh non lo abbandona mai: sinora gli ha sempre portato fortuna.

Singh si gode la sua tenacia ed i suoi successi con un discreto numero, tra l’altro, di fans inscritti alla sua pagina Facebook (19.026), ove racconta le sue imprese con foto e video.

Singh segue un’alimentazione vegetariana. Bere tè e mangiare curry allo zenzero, oltre ad uno stato mentale zen di “essere sempre felice” sono i tre ingredienti del successo di Singh. Possiamo aggiungere il duro allenamento quotidiano, con il sorriso sulle labbra e la gioia nel corpo. Egli è proprio un vegetariano, come nell’etimologia del termine (da vegetus = sano, vigoroso): i fatti gli danno ragione.

Nella vita, è la motivazione che ci spinge ad agire, sula base dei nostri valori e della nostra sensibilità. Così Singh dev’essere apprezzato soprattutto come persona, oltre che come maratoneta. In fondo, più che aggiungere anni alla vita, si deve aggiungere vita agli anni. Chi, all’età di centouno anni ha in programma di correre una maratona, ancora riesce a gustare la vita.

Ora, come riferisce la tv canadese CDC, egli sogna di portare anche la fiaccola dell’Olimpiade di Londra 2012.

Fonti

Wall Street Italia, Fauja Singh, 100 anni, conclude maratona: come sposarsi di nuovo, 17 ottobre 2011.

Orlando Pizzolato, Tra vecchi, 25 ottobre 2011.

Correre, Il maratoneta centenario

Wikipedia, Fauja Singh

PETA, Vegetarian Centenarian Sets Marathon Record, 18 ottore 2011.

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http://www.scienzavegetariana.it/

Da ricchissimo ereditiere ad animalista vegan

JOHN ROBBINS, DA RICCHISSIMO EREDITIERE AD ANIMALISTA VEGAN

Figlio unico del più grosso produttore di latte e di carne degli USA, al termine della carriera scolastica e della laurea in biologia, John viene mandato a fare uno stage di preparazione pratica passando una settimana presso ognuna delle 50 filiali dell’azienda paterna. Filiali disseminate in giro per il mondo fra America, Argentina, Australia, Sudafrica e Cina.

“Caro John” gli dice il padre, Mr Robbins, “è venuto il momento per me di caricarti di responsabilità. Ti voglio nominare vice-presidente e direttore generale della Baskin Robbins Corporation. Nei prossimi mesi conoscerai tutte le sedi, i dirigenti, le condizioni delle nostre affiliate all’estero. Tra circa un anno ci sarà la cerimonia per la tua nomina e faremo un party memorabile e spettacolare in tuo onore”.

Passa l’anno e John conosce a menadito quando succede nell’impero del padre. Tocca con mano ogni situazione e ogni meccanismo operativo. Conosce dipendenti e dirigenti. E soprattutto viene a conoscere un’enorme popolazione  di persone a quattro gambe, di sua proprietà, che affollano la vasta rete di stalle. Impara nei minimi dettagli come nascono, come crescono, come mangiano, come vivono e come muoiono.

Sta per diventare il giovane più ricco d’America, non solo in termini di eredità, ma anche in quelli di stipendio e assegnazioni varie: 10 milioni di dollari all’anno.

Arriva il giorno fatidico. La Baskin Robbins vive un momento eletrizzante della sua storia, con il presidente che passa la mano al figlio. Dirigenti arrivati da ogni parte dell’America e del mondo. John arriva elegantissimo e percorre il tappeto rosso che lo porta nella grande reception azindale addobbata a festa. Applausi della folla di 300 vips invitati. Qualche frase di circostanza dal presidente e finalmente il microfono passa nelle mani di John. Non vola una mosca.

Il discorso di John:”Vi ringrazio per gli onori che mi state riservando. In questo anno di lavoro presso le sedi staccate ho potuto verificare la magnificenza di questa organizzazione, le sue caratteristiche, i suoi meccanismi e la sua gente.

Vi confesso però di essermi innamorato pazzamente delle creature che sono alla base dei bilanci e della redditività del gruppo. Il mio non è un colpo di testa di un giovane viziato dal benessere ma è frutto di una profonda e ponderata riflessione, di una irrefrenabile crisi interiore.

DICHIARO DI ESSERMI INNAMORATO DELLE MUCCHE, E DI TUTTI I LORO CUCCIOLI, CHE HO POTUTO OSSERVARE, ACCAREZZARE E CAPIRE. DICHIARO DI VOLER DIFENDERE A SPADA TRATTA LA LORO GIUSTA CAUSA. GENTE CON LA QUALE SONO ENTRATO IN SIMBIOSI SPIRITUALE PRIMA ANCORA CHE FISICA.

DA QUESTO MOMENTO, NON SOLTANTO RINUNCIO ALLA PRESTIGIOSA CARICA CHE MI AVETE PROPOSTO, MA DIVENTERÒ OPPOSITORE DELL’AZIENDA DI MIO PADRE E FARO’ DI TUTTO PER SMANTELLARE QUESTA FABBRICA DI SOFFERENZA, DI TORTURA E DI MORTE, PER LIBERARE DALLE CATENE E DAL BOIA TUTTE LE CREATURE CHE ALIMENTANO GLI AMARISSIMI GELATI DELLA BASKIN ROBBINS”.

John Robbins è autore di diversi libri di successo, fra cui Diet for a New America che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Vive felicemente in California e dedica la sua vita alla salvezza della natura e dell’ambiente e alla ricucitura storica del suo paese con la comunità dei Pellerossa d’America. E’ presidente della EarthSave Foundation. Amatissimo e stimato da tutti, negli Stati Uniti e nel mondo.

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Elisabetta V Angelin – Liberamente tratto da “Storia dell’igenismo naturale” di Valdo Vaccaro.

Progetto “Pecoranera” di Devis Bonanni

Devis Bonanni, 27 anni della provincia di Udine. Devis ha lasciato il lavoro di tecnico informatico per creare, nel suo paese di origine, un eco villaggio: il “Progetto Pecora Nera”.

Si licenzia dall’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza “vita frugale”.

A 24 ha deciso di cambiare la propria vita. Prima ha lasciato un buon lavoro da tecnico informatico, poi una bella cameretta nella casa di famiglia, una macchina e la tv. Ha deciso di andare a vivere in una baita nelle montagne sopra Udine. Terra aspra e non certo accomodante. Ha chiamato il suo appezzamento di terreno “Pecoranera”, lo stesso soprannome con cui lo indicavano in paese quando era adolescente. Ha iniziato a coltivare la terra, a vivere dei suoi frutti e a muoversi solo in bici. Dice di essere diventato vegetariano.

“La Natura non ha bisogno di salvatori. L’umanità brulicante sulla sua crosticina è una lieve influenza in confronto alla potenza vitale del Pianeta Terra. Al massimo ci scrollerà di dosso estendendo un paio di deserti, innalzando gli oceani e scatenando qualche uragano. Qualche specie andrà estinta e pazienza se anche l’homo sapiens andrà perduto o decimato. Vivere in simbiosi, seppur parziale, con la Natura apporta un beneficio per il nostro corpo in termini di benessere e serenità, consentendogli di ritrovare quella connessione che solo recentemente è stata recisa. Fare l’orto è terapeutico oltre che utile, percorrere le geometrie degli ortaggi ci dona una visione privilegiata sul palcoscenico più grande, quello fatto di mari, monti , fiumi e pianure”.

“Stare in solitudine significa stare in compagnia di sé stessi. Per dirla alla Thoreau: «Non ho mai trovato miglior compagno che la solitudine». Bisogna star bene con se stessi per stare da soli. L’isolamento è invece la distanza che ci separa dagli altri quando vorremmo comunicare. In montagna è una distanza fisica, in città può essere sociale, per tutti può essere psicologica. Chi è abituato a stare in città, ed avere tanti corpi estranei attorno, sale in montagna e si lamenta dell’isolamento. Questo mi pare molto buffo perché quando mi reco in città sento le persone, che mi camminano a fianco su un marciapiede, molto più estranee degli alberi di un bosco. Per costituzione sono un solitario e finisco spesso a lamentarmi delle gente che mi sta tra i piedi. Non per supponenza ma perché l’interazione col prossimo mi sfinisce e devo prenderla a piccole dosi. Stare solo, viceversa, mi consola, mi concilia e mi ricarica”.

A che punto sono

Come Thoreau, nei suoi due anni di vita nei boschi, ho iniziato quest’avventura per verificare se fosse possibile vivere altrimenti. Auto-produrre buona parte del cibo di cui ho bisogno, muovermi con mezzi alternativi all’automobile, riscaldare la casa con la legna e compiere tutte quelle scelte che sono annoverate tra le abitudini del bravo ecologista.
In parte sento di esserci riuscito anche se non mancano incoerenze e piccole storture.

Resta da chiudere il cerchio in fatto di soldi, come guadagnare quei pochi di cui ho inevitabilmente bisogno? Ad oggi sono combattuto tra la possibilità di creare una piccola azienda agricola e l’opzione di trovarmi qualche lavoretto extra. Nel frattempo mi faccio bastare i soldi che mi sono guadagnato nei cinque anni da tecnico informatico.

Vivo in una casa di proprietà dei miei genitori che sta in paese, a portata di piede, mentre la piccola casetta in legno che ho abitato per due anni è ora un pied-a-terre agricolo per me e mensa e dormitorio disposizione degli ospiti.

Un altro punto in sospeso è la possibilità di condividere il progetto con altre persone. Per molto tempo l’ho sentito come il naturale sbocco della mia iniziativa ma quando c’è stata la possibilità di “fare assieme” ho verificato tutti i miei limiti personali, al di la delle buone intenzioni e delle facili dichiarazioni. Perciò al momento sono un lupo solitario con tanti interrogativi su un futuro condiviso.

L’intento rimane comunque quello di collaborare nel lavoro dei campi, di essere un porto sempre aperto a chi ha tempo e voglia di passare da queste parti per creare connessioni anche solo occasionali nei nostri personali percorsi umani.

Il 7 marzo 2012 è uscito il suo libro: “Pecoranera Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura”
http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3171181-pecoranera/

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Riferimenti:
http://www.voglioviverecosi.com/index.php?appuntamenti-periodici-con-esperti-di-cambiamento-lavoro-investimenti-all-estero-viaggi_267/storie-di-persone-che-hanno-scelto-di-muoversi-in-luoghi-indefiniti_774/intervista-con-devis-bonanni-sulla-sua-vita-improntata-sulla-decrescita-e-autoproduzione_1026/

http://www.progettopecoranera.it/index.php

Per Info:
info@progettopecoranera.it
http://www.progettopecoranera.it/

video:
http://vimeo.com/33020277

Da allevatore di mucche a vegetariano

Da allevatore di mucche a vegetariano

Fabrizio Bonetto

A 17 anni non vedevo l’ora di compierne 18 per prendere il permesso di caccia e andare a sparare a qualche bel fagiano…
A caccia alla fine non ci sono mai andato, e con gli anni sono diventato una guardia venatoria…
A 21 anni mi sono sposato con una bella bionda, allevatrice,
abbiamo messo su famiglia, due marmocchi e continuato nella fattoria, già alla fine mi piaceva anche a me allevare gli animali, poi…
son diventato guardia zoofila…
Ora ho 40 anni, trent’anni dei quali trascorsi tra i piaceri della carne,
la milanese, il mio piatto forte, la grigliata la mia specialità…
Ora sono vegetariano, mi piace ancora sempre grigliare… zucchine e melanzane aromatizzate alle erbe di montagna la mia specialità.

Poi il progetto

Il ns. progetto consiste nel convertire l’attuale allevamento di vacche di razza piemontese in azienda agricola orientata alla produzione di frutta e verdura.
Già… a parole un bel progetto facile facile, ma poi nella realtà tutto è più complesso..

Lo scoglio più grande per la conversione dell’azienda era rappresentato dagli animali, ci siamo resi conto che chiudere l’allevamento consisteva nel mandare inevitabilmente al macello tutte le mucche (vacca non mi piace) non che queste siano diverse da quelle che sono state macellate negli anni….ma da qualche parte bisogna pur iniziare per cambiare le cose ….

Mucche che non andranno al macello

In che cosa consiste il nostro progetto?

Consiste nella creazione di una nuova realtà agricola, che al tempo stesso consenta di allevare gli “animali da fattoria” traendo risorse dalla loro vita anziché dalla loro morte reinvestendo quanto ottenuto nelle attività di coltivazione del terreno.

All’inizio pensavamo di chiudere il ns. allevamento di vitelli da ingrasso di razza piemontese ed avviare la produzione ortofrutticola, il cambiamento era pratico e veloce: Vendiamo le vacche al macello e con il ricavato investiamo nella nuova attività orticola, ma l’idea di decidere tutto di un botto della sorte dei nostri animali, quelli stesse “mucche” che dopotutto hanno lavorato per noi in tutti questi anni proprio non ci andava giù, ed allora ho pensato perché non manteniamo in vita le “mucche” ed utilizziamo di loro solo il letame per le ns. coltivazioni ?

Così nella primavera del 2011 è nato il primo allevamento di “cow poop” ovvero mucche da cacca!! Il progetto è stato avviato!, ora le due attività avanzano in simbiosi, le mucche assieme ai cavalli che nel corso degli anni abbiamo salvato dal macello, ci garantiscono la disponibilità del letame, il quale viene utilizzato una volta “maturo” per arricchire i terreni adibiti alla coltivazione di ortaggi e frutta prodotti secondo natura.

La strada che ci siamo proposti di percorrere non è facile, anzi, il più delle volte si riduce ad un viottolo, con la verdura si guadagna molto meno ma per “ingrassare” la verdura si spende meno che per ingrassare i vitelli, le ore lavorate più o meno si equivalgono, quindi magari alla fin fine l’alternativa è davvero possibile.

Fabrizio Bonetto
shadow.horse@hotmail.it

http://farmserenitycow.blogspot.com/

Ciao Lucio

Oggi 4 marzo sarebbe stato il tuo compleanno.

Una delle tue canzoni che amo di più, tra le tantissime che amo, è “Henna

Henna di Lucio Dalla

Adesso basta sangue ma non vedi
Non stiamo nemmeno più in piedi…un po’ di pietà
Invece tu invece fumi con grande tranquillità
Così sta a me che debbo parlare fidarmi di te
Domani domani domani chi lo sa domani sarà
Oh oh chi non lo so quale Dio ci sarà io parlo e parlo solo per me
Va bene io credo nell’amore l’amore che si muove dal cuore
Che ti esce dalle mani che cammina sotto i tuoi piedi
L’amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli
Animali delle piante che sembra che ti sorridono anche quando ti chini per portarle via
L’amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare
L’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare
Ok ok lo so che capisci ma sono io che non capisco cosa dici
Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle
Nei silenzi dell’immensità
ma chissà se cambierà oh non so se in questo futuro nero buio
Forse c’è qualcosa che ci cambierà
Io credo che il dolore è il dolore che ci cambierà
Oh ma oh il dolore che ci cambierà
E dopo chi lo sa se ancora ci vedremo e dentro quale città
Brutta fredda buia stretta o brutta come questa sotto un cielo senza pietà
Ma io ti cercherò anche da così lontano ti telefonerò
In una sera buia sporca fredda
Brutta come questa
Forse ti chiamerò perché vedi
Io credo che l’amore è l’amore che ci salverà
Vedi io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Ciao Lucio! Non addio ma… arrivederci e grazie!

Daria